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Li aveva portati una slitta leggera per le vie laterali, fra i giardini dei sobborghi cinti da steccati di tavole, coperti di neve, fra il sordo latrar dei cani quando passavano accanto a un granaio. Nella campagna, tra la nebbia della lontananza, si vedeva un monte coperto di boschi azzurrastri, la striscia del fiume dalle rive strapiombanti; si vedeva su d’una collina un podere col suo giardino disteso sulla costa e con le righe nere, diritte e geometriche delle viti sepolte nella neve. Il fumo s’innalzava diritto dai camini; un contadino con una pesante slitta di legno, si fece da parte appoggiandosi con una mano ai buoi color fumo, e li salutò amichevolmente. Tutto pareva nitido, candido, quieto e semplice.

Erano entrati nella stanza riscaldata con ancora negli orecchi il tintinnare dei campanelli; lui le aveva slacciate le scarpette piccole come i sandali di un bambino; e poi vi fu quel bacio lungo e interminabile su quello stesso divano dove ora erano seduti. Allora non avrebbero creduto che sui cuscini sgualciti di quel divano avrebbero un giorno soffocato i loro singhiozzi.

Le lacrime della donna ricominciarono a scorrere. Solo allora egli capì che quello era il terzo anniversario.

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La pietà lo soffocava. Si alzò, senza coraggio, per guardarla negli occhi.

— Lisetta... vogliamo andare in slitta?

Lisetta lo guardò sfiduciata, con le mani sul grembo della gonna, con occhi di pianto. Giovanni Sârbu arrossì. Le sue parole avevano avuto un suono falso. Oramai nella loro convivenza tutto era bugia e finzione.

Fuori non nevicava più. Solo qua e là le farfalle di neve si cullavan sull’aria, cadute dalle nuvole che si ritiravano verso oriente, scoprendo una metà azzurra di cielo. Giovanni Sârbu si sentiva leggiero. Buono. Quasi felice. Rallentò il passo fino alla piazza dove stazionavano le slitte per chiarire la decisione presa.

Si sarebbero fatti portare per le medesime viuzze d’allora, attraverso gli stessi quartieri eccentrici. I luoghi, la neve, il ricordo li avrebbero aiutati a parlarsi una buona volta, a spiegarsi per il bene di ambedue che cosa pensassero l’una dell’altro. Camminava ora diritto, felice, deciso. Aveva vinto se stesso. Amava lei solo, solo lei avrebbe dovuto amare. Aveva sofferto tanto, era invecchiata innanzi tempo. Le palpebre le si erano arrossate e le umiliazioni, le tristezze non confessate le avevano inciso di rughe gli angoli degli occhi. Con quanta fierezza portava prima la sua bella testina e il suo corpo svelto nei salotti dove l’aveva conosciuta prima di amarla!... Giovanni Sârbu si fermò a comperar dei fiori. Qualche garofano rosa palllido, il fiore che lei preferiva. Sarebbe stato il segno definitivo della riconciliazione ultima, definitiva. La fioraia, dai capelli e dalle ciglia rosse, li avvolse nella carta velina, lasciando fuori le corolle che emanavano un odor fresco di spezie. Solo quando glieli ebbe messi in mano, si risovvenne di lui e sorrise aggrinzando il brutto viso sparso di lentiggini:

— Il signor professore è un pezzo che non viene più qui. Un tempo...

Giovanni Sârbu non rispose. «Un tempo...». Perchè tutti spiano ogni suo passo come se fosse un malfattore? Che occhi insopportabili aveva quell’ebrea! Rossi, come quelli dei conigli. Sbattè la porta a vetri. Si sprofondò nella neve fuori del sentiero battuto, troppo stretto, e si scoprì con gioia improvvisa.