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Per quel giorno non osarono dirsi altro, ma il loro dissidio diventò un divorzio; si parlarono più di rado, quasi a forza. Il vecchio affettava una superba indifferenza, sapendosi ricco in faccia al figlio, cui i 50 mila franchi della dote materna non potevano bastare, e che mangiandoseli inevitabilmente avrebbe dovuto presto o tardi cadere o sotto di lui o sotto un impiego; Lelio invece nella coscienza orgogliosa del proprio ingegno non considerava più quel padre che come un padrone, del quale aveva già sorpassato l’autorità.

Ma per tornare a Bologna gli occorrevano parecchie migliaia di lire, e non sapeva dove trovarle.

Allora si rimise violentemente al lavoro.

Un bigliettino della principessa venne daccapo a turbarlo.

«Mio caro grand’uomo, avete finito il capolavoro? Quando verrete a leggermelo?

Irma»


Le rispose con un’ode.

Finalmente la fortuna gli sorrise; un suo vicino di campagna, vecchio senza figli, che gli aveva sempre mostrato una certa deferenza pel fatto dei libri stampati, gli si offerse spontaneamente in quell’imbarazzo di quattrini. Naturalmente Lelio lo avviluppò in un racconto fantastico sulle ladrerie degli editori e le spese necessarie in certi studi di ambiente moderno; l’altro incantato della confidenza si riconfermò nella fede del suo avvenire.

Però volle una cambiale: erano quattromila lire, che Lelio sperava pazzamente di potergli rendere col primo libro.

Quell’anno rimasto celebre nelle cronache teatrali bolognesi doveva darsi per la prima volta il 'Vascello fantasma di Wagner; ma Lelio, caso stra-