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lo svoltare di un cantone una fanciulla che veniva correndo gli urtò col viso nel petto.

Era piccina, con un fazzoletto sulla testa: ella si rattenne, trattenne una risata domandandogli scusa: egli s’imbarazzò, ma l’altra rideva, risero insieme. La fanciulla aveva il visetto aguzzo, sguaiato, e le scarpette, egli ne vide una sola, scollate malgrado il freddo della stagione.

— Dove vai? — finì per chiederle famigliarmente.

— E tu?

— Io sono stato a cena.

La ragazza accettò di andare con lui. Nel passare dinanzi ad un caffè egli la guardò bene nella faccia: era pallidissima, coi pomelli rossi dal belletto. Entrarono, egli chiese un punch bianco e le disse di ordinare tutto quello che voleva.

Ella esitava.

— Dopo cena, quando si è mangiato bene, non c’è che un punch — egli concluse con una specie di vanteria beata.

— Un punch dunque! — ripetè la ragazza, che non aveva cenato, con una contrazione fuggevole alla bocca; ma appena bevutolo d’un fiato come una medicina parlò di andare a casa. Il suo viso era talmente sconvolto che l’altro credette le venisse male.

— Sarà il punch.

— Che cosa vuoi? il nostro stomaco è così leggero... — ella ribattè sordamente.

Strada facendo l’aria frigida la ristorò: salirono ridendo le scale. Quando ebbero acceso la candela, la ragazza rimasta nel mezzo fece un oh! di complimento sulla grandezza e sulla decenza della soffitta. Osservò il cavalletto.

— Sei pittore?