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Talora nel paretaio, mentre passava un branco di passeri e dava loro lo zimbello, aveva scommesso:

— Cinque soldi che piglio almeno tre passere?

Intanto gli uccelli giungevano al tiro.

— Scommettiamo, tiravia: cinque soldi...

— Ma come vuoi fare? Potresti prendere anche tutto il branco.

— Ebbene in questo caso avrò perduto — rispondeva il giuocatore indiavolato.

Un’altra volta gli dettero tre lettere da portare a tre parrocchie: erano inviti per un funerale. Egli partì sollecitamente; cinque soldi per lettera e senza dubbio una pagnotta e un bicchiere di vino dal prete che la riceveva. A un miglio dal paese si incontrò in un altro giuocatore, vecchio contadino, già possidente andato a male. Si fermarono a chiacchierare presso il parapetto di un ponte: ambedue non avevano sciaguratamente giuocato da un pezzo, quindi il conte mostrò le tre lettere e gli espose l’incarico.

— Eh! — mormorò l’altro invidiosamente — quindici soldi con poca fatica.

— Vogliamo giuocarli?

— Non ho le carte — ribattè il contadino con tono amaro.

Il conte ebbe un sorriso umiliante di superiorità.

— Ecco, sono tre lettere a cinque soldi l’una, vanno a tre parrocchie: scommettiamo. Se indovini la parrocchia hai vinto tu, se non la indovini ho vinto io.

— Ma se non ho un soldo! — replicò l’altro solleticato dal giuoco e forse anche dalla sua stranezza.

Poi una idea lo illuminò.