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Santone alzò la testa; erano oramai presso l’olmo, ma l’altro non finiva il discorso.

— Infine — mormorò Mengo — chi non ne ha colpa non ne ha. Che cosa ci può fare un uomo? Ti capitano alle volte delle cose che non si crederebbero a raccontarle: io ho ammazzato mia moglie, sono io l’assassino! — esclamò Mengo con un singhiozzo.

— L’assassino è chi lo sapeva! — mugghiò Santone cupamente stringendo i pugni nell’ombra.

Eppure nessun altro assassinio n’è seguìto. Il fatto narrato la mattina da Toto occupò tutti i discorsi del paese senza che alcuno pensasse a denunciarlo alle autorità. Viù, sbigottito, sulle prime tentò di negare, ma siccome Santone era partito per Porciano, dove andava qualche volta a lavorare nelle carbonaie, non stette molto a vantarsene. Quindi la lubricità dello scherzo ne fece presto dimenticare l’orrore, molto più che Santina negando risolutamente non se ne mostrava affatto preoccupata.

— Il rovescio di Mirra! — disse un giorno il segretario comunale, appassionato filodrammatico, vedendola passare sgonnellando per la strada.

— Mirra, che cosa? — chiese il sindaco, ex maresciallo dei carabinieri, che aveva preso moglie nel paese.

E l’altro colse a volo l’occasione di spiegargli lungamente il caso della tragedia alfieriana.