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col bordone e la bisaccia magari verso Terra Santa, ove era morto un redentore senza poterli redimere. Liberi come il vento sui prati ed instabili del pari, i cosacchi vivevano in piccole repubbliche senz’altro statuto che il cavallo; questo era per loro l’ozio e la libertà, il coraggio nella battaglia e l’ebbrezza continua nella pace. Correre, sfuggire persino a sè stesso, sul piano ove il verde è infinito come l’azzurro del cielo, non avendo altro padrone che il capriccio e altra virtù che l’indipendenza, ecco la vita! Essi accettavano lo Czar come il maggiore degli Etmani, il generalissimo della loro cavalleria. Ma nemmeno essi pensavano. Perchè diventerebbero civili, se la civiltà costringe l’uomo a sedersi per sempre, lavorando colle mani o colla testa, per crearsi prima un bisogno e poi un comodo, sino a soccombere sotto uno sciame di problemi pungenti e velenosi quanto i calabroni della steppa? Nell’immenso impero russo i cosacchi erano adesso l’estrema poesia selvaggia, mutata dalla raffinata barbarie del dispotismo czaristico in una bestiale prosodia, giacchè gli ultimi manipoli della loro orda antica, ridotti nelle città a gendarmeria, riscattavano dal governo il privilegio della propria indipendenza col servire agli abusi della sua forza.

Oggi i cosacchi, una volta così efficaci nella storia russa, non sono più che una varietà della sua vita; altri popoli più selvatici di loro furono aggregati all’impero, e vi accampano come prigio-