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lo condusse in chiesa; il ragazzo aveva già passati i dieci anni.

Tutto era pronto. La chiesa piccola, in quell’ora e in quella luce, sembrava più solenne; dinanzi all’iconostase bruciavano alcuni ceri. Loris, che per la propria età era fin troppo sviluppato, e in quella violenta educazione aveva perduto la gaiezza primaverile, s’accorse dal viso del padre che stava per dirgli qualche cosa d’importante. Infatti questi gli aperse le porte dell’iconostase, che solamente lo Czar può varcare il giorno dell’incoronazione, mostrandogli il tavolo, sul quale durante la messa, invisibile agli occhi dei fedeli, avveniva la consacrazione. Poi gli spiegò nuovamente tutti i santi, le loro immagini comprate sui mercati, incoronate da diamanti finti, rilevate sopra un fondo di oro falso; gli ridisse con poche frasi tutta la propria vita, l’umiliazione di quel mestiere di pope, la miseria di quell’esistenza priva di scampo, assicurandolo che lo avrebbe allevato per tutt’altra carriera. Egli lo lascierebbe libero nella scelta, ma doveva essere una carriera di rivincita; quando Loris sarebbe uomo, o la rivoluzione sarebbe già scoppiata, o starebbe per scoppiare.

— Io sarò vecchio allora, se pure sarò vivo, perchè mi uccido per te. Non importa, ma dovrai vendicarmi. Guarda, questa è la chiesa. Gli uomini l’hanno costrutta per alloggiarvi Dio, come si fabbrica una stalla per la vacca; davanti a questi