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intorno al vocabolario 619

si vede nemmeno quale appicco possa avere l’arbitrio: e ci troviamo tra un’immutabilità assurda, e una mutabilità inapplicabile.

Da tutto ciò credo di poter concludere che i diversi idiomi di Toscana non possono somministrare un mezzo logico e definitivo di formare un vocabolario; e che, per conseguenza, rimangono escluse e prescritte tutte le ragioni che siano state, o che possano essere addotte per dimostrare che ad essi ne competa il privilegio.

Una tal conclusione, quantunque relativa a una questione agitata in una sola parte d’Italia, e che non accenna in nessun modo di volersi estendere all’altre parti, potrà, se è giusta, avere una forza più generale di quello che pare a prima vista. Tutto ciò che, in qualunque particolare, si riferisce all’unità della lingua, viene a toccare il punto essenziale della questione che tanto importa all’Italia di veder risoluta. E in questo caso, lo fa con un vantaggio particolare. Se i titoli che i diversi idiomi di Toscana possono allegare per aver una parte loro propria nel vocabolario, titoli incomparabilmente più speciosi di qualunque altro, perdono ogni forza a fronte, non dico dell’utilità, ma della necessità primaria, unica, incondizionata dell’unità in fatto di lingua, quanto più non saranno da metter da parte tutte l’altre proposte che ne vanno ben più lontano, quale per una strada, quale per un’altra! Mi pare quindi che non sia da trascurarsi nessuna occasione, anche secondaria e meno diretta, di far prevalere il concetto di questa unità, che è la vita delle lingue, e, per conseguenza, anche la condizione per poterle diffondere; giacchè per camminare bisogna essere.

Su di questo è da desiderarsi che insistano quelli che vogliono per la comune patria questo gran benefizio, e ai quali l’età e il vigor della mente consentono di potere adoprarsi a procurarglielo. È da desiderarsi, dico, che c’insistano senza stancarsi nè scoraggirsi per la lentezza del successo, confidando in quell’insegnamento dell’esperienza, che anche la verità, a forza d’essere ripetuta, può riuscire a persuadere.

Qui avrei finito, se dipendesse da me il far fare ai personaggi interessati nella questione la parte che conviene a me, e poi mandarli a spasso. Ma non è, nè deve essere così; e ecco che li sento dirmi: Voi avete opposta a vostro agio una unità fiorentina alla moltiplicità toscana; ma codesta unità esiste poi in fatto? Non corre forse alcuna diversità in Firenze, tra il parlare delle diverse condizioni, tra quello delle diverse parti della città? Avete mai sentito dire: la lingua di Mercato vecchio, la lingua di Camaldoli? E non v’è mai occorso di domandare separatamente a due fiorentini della stessa condizione, il nome fiorentino d’un oggetto qualunque, sia materiale, sia morale, e di ricevere due risposte diverse? Si potrà quindi domandare anche a voi: Come si fa in simili casi per compilare il vocabolario?

Rispondo che, in tutte le cose umane, ci sono de’ difetti inevitabili, inerenti alle cose stesse, e non tali però da distruggerle; e che non c’è nessun paragone da fare tra i difetti di questo genere, e degli altri che ci si volessero aggiungere. Quelli sono da sopportarsi; questi da tener lontani. Par unità di lingua non si può certamente intendere un’unità intera. In altri termini, Uso, in questa materia, non vuol dire, nè può voler dire una totalità di locuzioni posseduta ugualmente da una totalità di persone. Si deve naturalmente intendere l’unità fin dove è possibile, cioè quella in cui le varietà siano nel minor numero possibile, e in cui prevalga una cagione che mantenga necessariamente l’identità in un numero di casi incomparabilmente maggiore della varietà. E questo è per l’appunto l’Uso, dico il vero Uso, quello che vive in una società riunita, dove il bisogno continuo, incessante, d’intendersi sopra qualunque ma-