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sia canzone, pure a quella sola si dà per eccellenza un tal nome; perchè non ha bisogno d’aiuti estrinsechi, a differenza della ballata, che è bensì più nobile del sonetto, ma richiede l’accompagnamento della musica; perché apporta più onore a’ suoi autori, che la ballata; perchè è conservata più caramente che gli altri componimenti in versi, come consta a quelli che visitano i libri; perchè, finalmente, nelle sole canzoni si comprende l’arte intera. Ma, per non dilungarmi in altri particolari che non importano al mio argomento, mi restringo a dire che, in tutto il rimanente di quel libro secondo e ultimo di quelli che abbiamo, non si tratta d’altro che della canzone, fino e incluso l’ultimo capitolo, intitolato: « Della varietà de’ ritmi, e come devono essere disposti nella canzone. »

Ma se quel libro è l’ultimo per noi, non era tale per Dante, il quale si proponeva in vece di aggiungerne due altri a compimento dell’opera. Però, riguardo alla nostra questione, è come se ci fossero anche questi. E n’abbiamo il miglior mallevadore che si possa desiderare: Dante medesimo. « Omettiamo, » scrive egli nel quarto capitolo del libro secondo, « di parlare ora del modo delle ballate e de’ sonetti, perchè intendiamo dichiararlo nel quarto libro di quest’opera, dove tratteremo del Volgare Mediocre. » Più sotto poi, divide in tre i generi delle cose che possono esser cantate, canenda videntur; e sono Tragedia, Commedia, Elegia. Per la Tragedia, dice doversi prendere il Volgare Illustre, quello della canzone; per la Commedia, ora il mediocre, ora l’umile; e della distinzione di questi si riserva di parlare nel quarto libro; per l’Elegia l’umile.

Sicchè e in ciò che è venuto fino a noi; e in ciò che ci manca, tutto s’aggira intorno a canzoni, ballate, sonetti, tragedia, commedia, elegia, cose da cantarsi; sempre poesia, niente altro che poesia.

E così l’aveva intesa Giovanni Boccaccio, più d’un secolo e mezzo prima che comparisse la traduzione del libro di Dante, e con essa l’interpretazione del Trissino. Ecco le parole del Boccaccio nella Vita di Dante, comparsa in stampa la prima volta in fronte all’edizione, ora rarissima, della Divina Commedia, pubblicata nel 1477 da Vindelin da Spira, insieme col commento attribuito a Benvenuto da Imola.

« Appresso, già vicino alla sua morte, compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De Vulgari Eloquentia, dove intendeva di dare dottrina a chi imprender la volesse, del dire in rima. E comechè per lo stesso libretto apparisca lui avere in animo in ciò comporre quattro libri; o che più non ne facesse, dalla morte soprappreso, o che perduti sieno gli altri, più non appariscono che due solamente. »

Il Trissino messe questo squarcio nel frontispizio della sua traduzione, come un argomento in favore della autenticità del libro; ma volendo mettere in mostra solamente ciò che faceva per lui, usò la magra furberia di lasciare indietro le parole « dove intendeva di dare dottrina a chi imprender la volesse, di dire in rima, » che avrebbero disturbato il suo disegno di tirare il libro di Dante alla questione della lingua, come fece nel suo dialogo « Il Castellano. » Ma, o Messer Gian Giorgio, se vedevate che quelle parole avrebbero potuto dar da pensare agli altri, perché non principiare dal pensarci voi? Quella era la vera furberia.

Se poi, tra gli oppositori, ce ne fossero alcuni (che non vorrei credere) ancora restii ad accettare le conseguenze del loro concedo maiorem, rivolgo a questi una seconda e ultima domanda. Credono che, tra le condizioni d’una lingua, ci sia quella, che i suoi vocaboli abbiano a esser composti d’un numero di sillabe, piuttosto che d’un altro? E, sentito rispondermi un no ancor più risoluto e più stupefatto del primo, cavo fuori, da quei capitoli del secondo libro, che avevo messi da parte, il settimo, dove Dante specifica i vocaboli convenienti al Volgare illustre. Principia