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Volgare Eloquio, di cui non esistevano che scarse e poco trovabili edizioni: la prima, tanto del testo, quanto della traduzione, rarissime, e non più ristampate, nè l’una, nè l’altra, fuorchè insieme con l’altre opere, sia del grande autore, sia del povero traduttore? Ma un’edizioncina da sè, sciolta e leggiera, da correre per le mani di molti, e che sarebbe venuta tanto a proposito, non ci fu chi pensasse, nè a darla, nè a richiederla; forse perchè i miei contemporanei di mezzo secolo fa non s’immaginavano che, per appoggiarsi all’autorità d’un libro, ci fosse bisogno di conoscerlo.

Al giorno d’oggi una tale avvertenza sarebbe superflua, e fuor di luogo. È bensì vero, che il libro De Vulgari Eloquio è citato ora, non meno d’allora, a ogni opportunità; e si può aggiungere (giacchè l’edizioncina non è ancora comparsa) che non è letto di più. Ma sarà probabilmente perchè le persone del giorno d’oggi suppongono che i loro padri e i loro nonni, da cui hanno la cosa per tradizione, l’abbiano letto loro. A ogni modo, l’opinione che Dante, nel libro De Vulgari Eloquio, abbia inteso di definire, e abbia definito quale sia la lingua italiana, è talmente radicata, che non si suppone generalmente che possa neppure esser messa in dubbio.

Ora, per giustificare la mia omissione, devo far di più e peggio, negare il fatto addirittura e dire che, riguardo alla questione della lingua italiana, quel libro è fuor de’ concerti, perchè in esso non si tratta di lingua italiana nè punto nè poco.

Ma qui, se voi, abusando del mio permesso, comunicaste questa lettera a più che alcune persone discrete e prudenti, avrò stuzzicato un vespaio; e già mi vedo a venire addosso più d’uno a richiedere delle prove, col tono di chi è persuaso che non se ne possa trovare.

Eccone una, rispondo. Dante era tanto lontano dal pensare a una lingua italiana nel comporre il libro in questione, che alla cosa proposta in quello, non dà mai il nome di lingua. La chiama « Il Volgare che in ogni città dà sentore di sè, e non s’annida in nessuna » Vulgare quod in qualibet redolet civitate, nec cubat in ulla. E poco dopo « l’illustre, cardinale, aulico, cortigiano volgare in Italia, che è d’ogni città italiana, e non par che sia di nessuna. » Illustre, cardinale, aulicum et curiale Vulgare in Latio, quod omnis latae civitatis est, et nullius esse videtur1. Lingua, mai.

Ma qui, non che accettare questa come una prova, me la buttano in dietro come una meschina questione di parole, e mi dicono che, per chi bada alle cose, è oramai passato in giudicato che Dante, dicendo Volgare Illustre, non ha inteso, nè potuto intender altro che lingua comune all’Italia.

Allora vedete a che cimento m’avrà messo la poca vostra prudenza, allora sarò costretto a dire che, se Dante non diede al Volgare Illustre il nome di lingua, fu perchè, con le qualità che gli attribuisce, e con le condizioni che gl’impone, nessun uomo d’un bon senso ordinario, non che un uomo come lui, avrebbe voluto applicargli un tal nome.

Apriti cielo! pare una bestemmia contro Dante e contro l’Italia. Ma parola detta e sasso tirato non fu più suo. Onde, non volendo affrontare un lungo e aspro conflitto, non trovo altro ripiego se non di pregarli che mi permettano di far loro una sola e breve domanda. E con questa spererei di potere far dire la cosa da loro medesimi.

Dicano dunque se, per lingua, intendono una cosa che non deve servire

  1. De Vulgari Eloquio. Lib. I, cap. XVI.