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dell’unità della lingua 605

provvedere un vocabolario apposito; il quale avrà inoltre il vantaggio di render più note e più facilmente ritrovabili, delle locuzioni, che abbandonate, forse a torto, dall’uso, possano con l’essere adoprate a proposito da qualcheduno, venir proposte di nuovo all’uso medesimo, e servire ad arricchirlo.

Perchè poi, come osservò un uomo d’ingegno, alle imprese che hanno uno scopo ragionevole e importante, concorrono, come da sè, de’ vantaggi accessori, il vocabolario d’un uso vivente di lingua, è anche, di gran lunga, il più facile a compilarsi. N’abbiamo una prova ne’ molti vocabolari di diversi idiomi d’Italia, composti con la bona intenzione di metterci a riscontro una lingua italiana, e quantunque composti ognuno da un uomo solo, alcuni notabilmente copiosi, come il veneziano del Boerio, il milanese del Cherubini, il siciliano del Pasqualino, il sardo del Porru, il bolognese del Ferrari, il romagnolo del Morri. E, per quanto noi sappiamo, non s’è sentito dire, che que’ lavori, per la parte che riguarda i rispettivi idiomi, abbiano incorsa la critica di quelli che li parlano. La ragione di questa bona riuscita è, che ognuno di quegli autori non aveva a fare altro che raccogliere dalla sua memoria que’ vocaboli che gli erano serviti in tutte le occorrenze della vita a esprimere, con un effetto quasi sempre sicuro, ogni suo concetto: non aveva, direm quasi, che a sciogliere analiticamente una scienza già posseduta. Nessuno, è vero, possiede l’uso intero di una lingua, ma ognuno che non sia, nè rozzo, nè ottuso ne possiede una gran parte, e la più universale, cioè la più importante per la compilazione d’un vocabolario. È poi evidente che una tale facilità e sicurezza di trovar locuzioni d’una lingua viva, e di trovarne in tanta copia, da accostarsi (s’intende per quanto è possibile) all’intera raccolta di esse, deva crescere grandemente quando la ricerca sia fatta in comune da più persone. Si potrebbe quasi asserire che, in una compagnia di concittadini riuniti in un tale lavoro, sarebbe scarsissimo il numero delle locuzioni dimenticate, come rarissimo il caso che per una locuzione proposta, il voto o del o del no, non fosse unanime.

La menzione che s’è fatta de’ vocabolari de’ diversi idiomi d’Italia, vocabolari, de’ quali come d’un mezzo di prima importanza per la diffusione della lingua, avremo a parlare più avanti, ci suggerisce intanto un’osservazione, indiretta bensì, ma non fuori di proposito. Ed è, che, tra tanti autori di vocabolari di tal genere, non si sia trovato un fiorentino, il quale, avendo letto in tanti libri di tutte le parti d’Italia, che il suo linguaggio è un dialetto come gli altri, meno greggio, se si vuole, ma sempre un dialetto, sia stato mosso dall’esempio di quegli autori a compilare un vocabolario fiorentino per metterci a fronte la vera lingua italiana, e fare anche lui un così gran benefizio ai suoi concittadini. Ma quest’uomo non s’è trovato, perchè di certe cose eteroclite si possono bensì piantar le premesse, e su di queste ragionare alla distesa; ma le conseguenze farebbero tanto a cozzi coi fatti, che non viene neppure in mente di metterle in pratica. Sarebbe proprio stato il caso del cane della favola, che avendo la carne in bocca, corre dietro a quella che gli par di vedere nell’acqua. Si può esser certi che anche a coloro che hanno più battuto e ribattuto quel chiodo del — dialetto di Firenze — sarebbe parsa un’idea dell’altro mondo.

Ma qui, sull’ultimo s’affaccia un dubbio estraneo al merito della cosa, ma che, riguardo al successo, può parere molto grave.

Per quanto il vocabolario proposto potesse esser adattato all’intento, troverebbe poi l’Italia disposta ad accettarlo? O non potrebbero, da una parte, le opinioni favorevoli ai diversi sistemi, ma concordi nel rifiutarlo, e dall’altra, la svogliatezza del pubblico, lasciarlo andare a terra e rimanerci?