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atto terzo. 43

Potè bastar d’un regno: i traditori
Stetter lontani dalla pugna, inerti,
Ma contenuti. In campo aperto, al Franco
Abbandonato da costor sarei,
Solo coi pochi. Oh vil trionfo! Il messo
Che mi dirà: Carlo è partito, un lieto
Annunzio mi darà: gioia mi fia
Che lunge ei sia dalla mia spada!

                       anfrido.
                                             O dolce
Signor, ti basti questa gloria. Come
Un vincitor sopra la preda, ei scese
Su questo regno, e vinto or torna: ei vinto
Si confessò quando implorò la pace,
Quando il prezzo ne offerse; e tu sei quello
Che l’hai rispinto. Il padre tuo n’esulta;
Tutto il campo il confessa; i fidi tuoi
Alteri van della tua gloria, alteri
Di dividerla teco: e quei codardi
Che a non amarti si dannar, temerti
Dovranno or più che mai.

                       adelchi.
                                    La gloria? il mio
Destino è d’agognarla, e di morire
Senza averla gustata. Ah no! codesta
Non è ancor gloria, Anfrido. Il mio nemico
Parte impunito; a nuove imprese ei corre;
Vinto in un lato, ei di vittoria altrove
Andar può in cerca; ei che su un popol regna
D’un sol voler, saldo, gittato in uno,
Siccome il ferro del suo brando; e in pugno
Come il brando lo tiensi. Ed io sull’empio
Che m’offese nel cor, che per ammenda
Il mio regno assalì, compier non posso
La mia vendetta! Un’altra impresa, Anfrido,
Che sempre increbbe al mio pensier, nè giusta
Nè gloriosa, si presenta; e questa
Certa ed agevol fia.

                       anfrido.
                          Torna agli antichi
Disegni il re?

                       adelchi.
                     Dubbiar ne puoi? Securo
Dalle minacce d’esti Franchi, incontro
L’apostolico sire il campo tosto
Ei moverà: noi guiderem sul Tebro