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fortemente a Giustiniano favorire la fazione di quelli, che diconsi Veneti, che costoro potevano impunemente trucidare in pien meriggio, e in mezzo alla città, i loro avversarii; e non solamente non temendo per ciò le pene dovute a tali delitti, ma standosi anzi sicuri di ottenere onori: d’onde venne che furonvi molti omicidii. A costoro era fatto lecito entrare violentemente nelle altrui case, rapire i tesori in esse nascosti, vendere alle persone la loro stessa salvezza e vita e se alcun magistrato cercasse frenarli, egli per quel fatto chiamava sopra il suo capo la sua ruina. E così accadde a certo personaggio, il quale era stato magistrato in Oriente: chi avendo voluto gastigare, facendo loro dare la frusta, alcuni di coloro, che a queste novità applicavansi, onde meglio in appresso si conducessero, fu per tutta la città strascinato e frustato egli medesimo gravissimamente. Callinico poi prefetto della Cilicia, perché due Cilici, Paolo e Faustino di nome, entrambi omicidi, i quali lui aveano assaltato e tentato d’uccidere, punì a tenor delle leggi, fu pubblicamente crocifisso; e s’ebbe un tale supplizio in mercede della sua buona coscienza, e di avere osservata la legge. Da queste cose nacque che quelli, i quali erano dell’altra fazione, fuggironsi dai loro domicilii, né trovarono ricovero presso alcuno. Così che cacciati da tutti come malfattori,