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tò, e sostenne nell’intrapresa. E di fatto se ne potè avere una pruova. Era quel tempio senza colonne di sorte: le quali colla loro eleganza gli dessero decoro, e fossero di tale grandezza da sostenere un tanto peso; e quella regione assai interna e rimota dal mare, piena da tutte le parti, siccome dissi, di scoscesi e dirupati monti, non presentava agli artefici alcuna via, per la quale condurne di lontano. Mentre per queste considerazioni facevasi più forte nell’animo dell’Imperadore la difficoltà, Dio gli additò ne’ prossimi monti un marmo a ciò conveniente, o fosse stato fino allora ivi incognito, od allora per la prima volta si formasse: divenendo credibile l’una e l’altra opinione di coloro, che la cagione di ciò attribuiscono a Dio. Noi, è vero, ponderando tutte le cose secondo le forze umane, molte ne diciamo essere impossibili. Ma a Dio nulla è difficile, e nemmeno è impossibile. Adunque grandi colonne, in gran numero scavate da que’ monti, e di un color di fiamma, sostentano il sacro edifizio, le une nella parte inferiore, nella superiore le altre, ed altre intorno ai portici, che tutti i lati ne cingono, eccetto quello a levante. Due ne sono alla porta, sì distinte che forse non sono seconde a quante altre colonne veggonsi nell’universo mondo. Succede poi un secondo portico, che da Nartece, o Ferula ha il nome, credo io, per essere angusto. A questo si congiunge un atrio quadrato, sostenuto da colonne simili; e le porte mezzane sono tanto strette, che a quelli che entrano accennar debbono quale spettacolo sieno per ritrovare. Indi siegue un meraviglioso vestibolo, ed un arco eretto ad immensa altezza sopra colonne binate; e procedendo