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CAPO XXIV.

I.° Da ciò che qui dice Procopio si è tentato a domandare quanti possidenti di terre sotto un sì crudele flagello di pesi fossero in istato di conservare i loro fondi; e dal complesso del reggimento di Giustiniano, per tanto tempo balordamente commendato dai giureconsulti ed eruditi, può vedersi facilmente l’orribile miseria, in che doveano essere caduti i popoli dell’Imperio. Il tributo dell’Annona, ossia la somministrazione militare, era antico nell’Imperio: ma non sì ruinosamente pei possidenti esatto. Abbiamo in Libanio un passo, che abbastanza lo comprova. I viveri pe’ soldati, dic’egli, che stanziavano in Callinico, raccolti dai sudditi il prefetto della Eufratesia faceva trasportare a quella piazza. Fu bene cosa diversa l’obbligare i possidenti stessi anche a trasportarli dove aveano a consumarsi, conforme sotto Giustiniano si fece.

2.° In quanto alla imposta, ecco come ne parla il Metafraste. La peste e la fame facevano nel tempo stesso orribile guasto in varie parti dell’Imperio romano: onde molte case, e borghi, e villaggi, toltene le intere famiglie, rimasti erano senza abitatori. Per lo che i curatori della Repubblica, e l’Imperadore medesimo, volendo provvedere che il pubblico Erario non restasse privo de’ tributi annui, che da quei mancati si pagavano, decretarono che dai vicini si esigesse ciò che avrebbero dovuto pagare i morti. E tal legge osservavasi per tutto l’Imperio; ed ogni vicino, qualunque fosse, era costretto a pagare i tributi pe’ suoi confinanti, fossero questi stati tolti di mezzo dalla peste, o dalla miseria, o dalla necessità tratti ad abbandonare i loro fondi, e andarsi altrove. Abbiamo da Cirillo di Scitopoli, che sulle rimostranze del santo uomo Saba l’imperadore Anastasio avea voluto abolire un iniquo modo d’ingiusto tributo, non però tanto universale, come questo da Giustiniano adottato; ma che ne fu distolto da Marino, prefetto del Pretorio. È degno d’essere qui riportato il seguente passo di questo Scrittore. Quelli, che nella Palestina aveano