Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/259


225

4.° Non é Procopio solo, che riferisca i tanti delitti di queste due fazioni. Veggasi la descrizione che ne fa Gregorio Nazianzeno in tempi, ne’ quali non aveano il favore imperiale. E a quanto il N. A. dice della donna che si annegò per sottrarsi alla violenza de’ faziosi, può aggiungersi il fatto a Giustiniano rappresentato dai Vescovi della seconda Siria. Pietro di Apamea della fazione veneta stuprò la moglie di certo Psefa, la quale, dicono que’ Vescovi, non avendo potuto sottrarsi alla cupidigia di quello scellerato, un tragico rimedio usò contro l’infamia sua e del marito; e fu che si diede da sé stessa la morte.

5.° In quanto poi alle largizioni a que’ faziosi fatte da Giustiniano, Evagrio ne significa manifestamente il fine: ad oggetto, dic’egli, che di bel meriggio in mezzo della città potessero impunemente trucidare i loro avversarii; né perciò avessero a temere gastigo, ma anzi a rendersi degni di premii. Per la quale licenza si manifestamente accordata nasceva che non solamente venissero presi ed uccisi i supposti avversarii, ma ingiuriati e coperti di villanie e contumelie i Principi, Teodora Augusta e Giustiniano medesimo dalla più vile canaglia. Il che é ciò, a cui Procopio allude; ed é confermato dalla Cronaca Alessandrina. In essa si legge: Quindi dopo molti vituperii lanciatisi tra i due partiti, de’ Veneti e de’ Prasini, l’uno contro l’altro, e contro lo stesso Imperadore, i Prasini partironsi dal circo, lasciando colà allo spettacolo l’Imperadore, e i Veneti. Ma ciò sarà confermato anche meglio in appresso colla testimonianza di Teofane.

6.° Certo è intanto che, quantunque fosse d’altronde dalla natura fornito di svelto ingegno, tollerando tanti insulti personali non mostrò che una specie di stolidità, per la quale meritò d’essere assomigliato all’animal vile, che qui Procopio nomina. Né creda alcuno, che sì abbietta denominazione sia opera del N. A.: essa fu lo sfogo pubblico de’ Prasini in teatro, siccome attestano i Fasti Siculi, dicendo: altri gridarono: spergiuri, o Gaudare; vocabolo popolare greco, che equivale ad asino.

7.° Questa ultima parte del cap. XII, può considerarsi come

Procopio. 15