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gliergli la vita: ma non trovava come a ciò giungere, perciocchè l’Imperadore lo teneva in altissima stima. Giovanni però, che non ignorava il mal talento di Teodora a riguardo suo, vivea in gran terrore. Ogni notte, mentre andava nella camera per prender riposo, aspettavasi a tutti gl’istanti di vedersi comparire d’innanzi alcun barbaro incaricato di ucciderlo: per lo che ad ogni momento alzando dal letto la testa, con grande ansietà guardava da tutti i lati esaminando il luogo; nè poteva prender sonno, sebbene avea d’intorno tanti soldati e d’asta e di scudo, quanti non n’ebbe mai alcun prefetto. Però fatto che fosse giorno, posto da parte ogni timore sì di Dio, che degli uomini, tirava innanzi a conculcare in pubblico e in privato tutti quanti i Romani. Teneasi molto con incantatori, e maghi, i quali con empii indovinamenti promettevangli l’imperio; e vaneggiando in sì folle speranza pareagli già di toccare il cielo. Non cessava intanto da veruna iniquità, nè in alcun minimo ché diminuiva la licenza del suo sfrenato vivere; nè per lui Dio medesimo valeva punto: chè anzi, se qualche volta andasse in chiesa alla preghiera, o ai riti della veglia, tutte altre forme usava, che le usate dai Cristiani. Imperciocchè vestito del pallio sacerdotale certe profane dicerie, che sapeva a memoria dell’antica setta che oggi suolsi chiamare grecanica, recitava tutta la notte; ed ogni suo voto dirigeva a che ogni giorno più avesse tutto suo l’animo dell’Imperadore, e nissuno potesse né a lui, né a suoi disegni nuocere.»