Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/173


139

e manomessi. Io crederei, che in ognuna di tali irruzioni dugento mila Romani rimanessero, quali sconfitti, quali condotti schiavi; e chiunque può vedere quelle provincie fatte scitiche solitudini. Così fu dell’Africa, e della Europa in quelle guerre.

Ma in tutto questo tempo nell’Oriente i Saraceni per quanta v’ha terra dall’ Egitto sino ai confini persiani, inondando le città de’ Romani, sì costantemente travagliarono i popoli, che ivi scarsissimi sono rimasti gli uomini, e de’morti come numerare la moltitudine?

Vennero poi per la terza volta i Persiani e Cosroe a spingersi sul rimanente territorio romano; e dovunque penetrarono, rovesciate le città, in ogni luogo uccisi o condotti in ischiavitù i popoli, i paesi di abitatori desolarono. E dacché essi Persiani, e i Romani, e i Lazii, a vicenda entrarono nella Colchide, tutti gli uni dietro gli altri soffrirono altre stragi. Né abbiamo a dire che i Persiani, o i Saraceni, o gli Unni, o gli Schiavoni, e gli altri Barbari dal territorio del romano Imperio riconducessero interi ne’loro paesi gli eserciti coi quali v’eran venuti. Nelle irruzioni fatte, e molto più negli assedii e nelle battaglie, assai gente perdettero anch’essi, così che non i soli Romani, ma i Barbari ancora furono vittime del furor sanguinario di Giustiniano. Vero é, come a suo luogo dissi, che Cosroe era uomo di mala indole e perversa; ma Giustiniano fu quegli che di continuo eccitò l’incendio della guerra, non avendo mai voluto nelle cose consultare l’opportunità del tempo, e tutto anzi intraprendendo fuor di proposito. In seno della pace, e in mezzo alle tregue,