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di tutto il popolo uccisero un mulattiere del prefetto, che trovandosi sul fatto voleva difendere il suo padrone. Egli punì capitalmente coloro, convinti e di quell’omicidio, e di molti altri. Tosto che di quel caso Teodora fu informata, volendo confermare la propensione sua verso ì Veneti, quel prefetto che ancora la provincia governava, tutto innocente qual’era, fece crocifiggere sul sepolcro di que’ due sicarii. L’Imperadore con finte lagrime mostrò di dolersi del caso di lui, si fece udire borbottare per casa, e far molte minacce contro i satelliti che l’atroce commissione eseguita aveano: ma nulla di più succedette, se non che egli non ricusò il denaro del defunto, stato confiscato.

Teodora si prese anche la cura di punire le donne, che si prostituivano; e ne fece imprigionare cinquecento, che di tale mestiere in mezzo al Foro vivevano; e fattane una mandra, le mandò di là del Bosforo, e le chiuse in un monastero, forzandole a prendere miglior tenore di vita. Per la più parte di notte tempo esse gittaronsi giù da’ tetti, e dalle finestre, preferendo la morte ad una vita, quale era quella a cui volevansi condannate.

Erano in Costantinopoli due giovinette, sorelle, illustri non tanto pei consolati dal padre e dall’avo sostenuti, quanto per l’antica gloria della famiglia, la quale era tra le senatorie una delle prime per nobiltà. Entrambe erano nella loro fresca età divenute vedove; e Teodora trovando che dire sulla onestissima loro condotta, a due della plebe infima e per ogni rispetto esecrandi uomini pensò di maritarle. Spaventate di