Pagina:Opere di Procopio di Cesarea, Tomo I.djvu/141


107

provincia, riputando indegna cosa il sottoporsi a tanti guai per un dogma, che per loro non valeva più di qualunque altro, mutato nel nome cristiano che potevano assumere, quello che portato aveano fino allora, con questo mezzo scansarono i pericoli, in che la nuova legge li metteva. Però quelli, che più fortemente pensavano, non abbandonarono gli antichi riti; e la maggior parte non potendo tollerare d’essere contra la loro volontà costretti a disertare dalla religione degli avi, si trasse immantinente a’Manichei, e a quelli che chiamansi Politeisti. In quanto a’ contadini, unitisi insieme e prese le armi, crearonsi in imperadore un ladrone di nome Giuliano, figliuolo di Sibaro; e vennero a battaglia co’soldati, e per qualche tempo la vittoria fu incerta: se non che in fine sconfitti, insieme col loro capo furono trucidati, dicendosi che in quella battaglia perissero cento mila persone. Spoglie per tal fatto di coltivatori campagne ch’erano singolarmente feracissime, grande perdita ebbero a soffrire i Cristiani che n’erano i padroni: i quali mentre dalle terre loro non aveano più frutto, doveano pure l’annua gabella pagare all’Imperadore, e fortissima, e senza trovare nella esazione alcun umano riguardo.

Fatto questo rispetto agli Eretici, Giustiniano rivolge la sua sevizie contro i Gentili, ove uccisi, ove di ogni sostanza spogliati: tra i quali quelli che si fecero Cristiani, giacché a tal passo eran ridotti per sola apparenza onde sottrarsi a tante calamità, furono poi sorpresi, ed arrestati tra i libamenti e i sacrifizii, e l’empie loro superstizioni. Diremo in appresso quanto Giustiniano commise contro gli stessi Cristiani.