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388 DELL’ASINO D’ORO.

Che fatto m’hanno ora doglioso, or lieto;
     Doglioso, per quel mal, che venne pria;
     66Allegro, per quel ben, che venne drieto;
Che potuto non ha la voce mia
     Esplicar a parlare, infin ch’io sono
     69Posato in parte della lunga via.
Ma tu nelle cui braccia m’abbandono,
     E che tal cortesia usata m’hai,
     72Che non si può pagar con altro dono,
Cortese in questa parte ancor sarai,
     Che non ti gravi sì, che tu mi dica
     75Quel corso di mia vita, che tu sai.
Tra la gente moderna, e tra l’antica,
     Cominciò ella, alcun mai non sostenne
     78Più ingratitudin, nè maggior fatica.
Questo già per tua colpa non t’avvenne,
     Come viene ad alcun; ma perchè sorte
     81Al tuo bene operar contraria venne.
Questa ti chiuse di pietà le porte,
     Quando che questa al tutto t’ha condutto
     84In questo luogo sì feroce, e forte.
Ma perchè il pianto all’uom fu sempre brutto,
     Si debbe a’ colpi della sua fortuna
     87Voltar il viso di lagrime asciutto.
Vedi le stelle, e ’l Ciel, vedi la Luna,
     Vedi gli altri Pianeti andar errando
     90Or alto, or basso, senza requie alcuna.
Quando il ciel vedi tenebroso, e quando
     Lucido, e chiaro: e così nulla in terra
     93Vien nello stato suo perseverando.
Di quivi nasce la pace, e la guerra;
     Di quì dipendon gli odj tra coloro,
     96Ch’un muro insieme, ed una fossa serra.