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LXVI.

DIALOGHI DELLE CORTIGIANE.


1.

Glicera e Taide.


Glicera. Quel soldato d’Acarnania che una volta si teneva la Preziosa e poi s’innamorò di me, quegli che aveva quella bella e ricca clamide, te lo ricordi, o Taide, o te ne se’ dimenticata?

Taide. No, i’ me lo ricordo, o Glicerina: bevve anche con noi l’anno passato alle feste di Cerere. Ma perchè me ne dimandi? Pare che vuoi contarmi qualche cosa di lui.

Glicera. Quella tristaccia della Gorgona, che mi faceva l’amica, me lo ha tolto con inganno.

Taide. Ed ora ei non viene più da te, e si tiene la Gorgona?

Glicera. Sì, o Taide: e questa cosa me l’ho sentita proprio assai.

Taide. È brutta sì, ma dovevi aspettartela, o Glicerina mia; chè si suol fare di questi giuochi tra noi cortigiane. Via, non bisogna andar troppo in collera, nè ti crucciar con la Gorgona: chè neppure la Preziosa si crucciò teco per colui, ed ora siete amiche voi. Ma io mi maraviglio d’una cosa, che ha trovato di bello in lei questo soldato, salvo se non è cieco in tutto, da non vedere che ella ha pochi capelli in capo che le fanno comparir tanto di fronte, e le labbra livide come d’una morta, e poi quel collo sottile con le vene sporte in fuori, e il naso lungo. Una cosa ha, che ella è alta e diritta, e quando ride t’attrae.

Glicera. Oh, e credi, o Taide, che l’Acarnano se n’è innamorato per la bellezza? Non rammenti che quella strega