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intorno la vita e le opere di luciano. 59

rabile, le diedero ai Romani quando erano già scadute e guaste: ed i Romani ebbero il secol d’oro della loro coltura tra il fine della repubblica e il principio dell’impero, mentre allora i Greci stanchi e spossati non sapevano trovare novelle verità nella scienza, e novelle bellezze nell’arte. Quello che ai Romani era nuovo e piaceva, ai Greci era vieto e noiava. Mentre i Romani dicevano: Grajis ingenium, Grajis dedit ore rotundo Musa loqui, i Greci sentivano che la lode era un’adulazione, perchè gl’ingegni grandi mancavano, e dalle bocche non piovevano più le parole come neve invernale. E mentre gli scrittori romani erano tanto celebrati dai loro, e parevano dire alte cose e nuove, dai Greci non erano pregiati, erano tenuti imitatori, e poco felici, e non furono mai nominati da alcuno scrittore greco. Insomma come il Greco si sentiva inferiore al Romano pel diritto, così il Romano si sentiva inferiore al Greco pel sapere: e come il Romano rispettava il Greco pel sapere, così il Greco non poteva biasimare il Romano per la politica. Però Luciano non fece e non poteva fare la satira politica del mondo romano: egli non si sentiva superiore a quel diritto e a quel politico ordinamento, anzi, come greco, ne riconosceva i vantaggi; e, come onesto uomo, vi prese parte, ed ebbe l’uffizio di Procuratore in Egitto, dove sovraintendeva ai giudizi ed interpetrava le leggi ed i decreti del principe. Soggetto ad un’idea non ad un uomo, egli non servì in corte, ma ebbe un uffizio pubblico: disprezzò certamente ed abborrì quegli scellerati che sedevano sul trono romano, ma perchè in quelli era l’imperatore, fonte del diritto, egli non poteva farne la satira. E forse si può concedere che nell’Ermotimo ei volle la baia di Marco Aurelio, ma come di un filosofo, non mai dell’imperatore. La satira del mondo romano fu fatta da altri uomini che si sentivano