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324 dialoghi dei morti.

mine che erano, diventarono uccelli, alberi, e belve, come Filomela, Dafne, e la figliuola di Licaone.

Menippo. Se mai le incontrerò, crederò quel che se ne dice. Ma tu, quand’eri femmina, profetavi allora, come dipoi: o imparasti ad esser uomo e profeta insieme?

Tiresia. Vedi? tu non sai nulla de’ fatti miei, come io decisi una certa lite nata fra gli Dei, e come Giunone mi fe’ quello storpio della vista: e poi Giove per consolarmi di quella disgrazia mi fe’ dono della profezia.

Menippo. Ed ancor con le bugie, o Tiresia? Già tu non puoi mancare alla natura degl’indovini: voi non usate parlar mai da maledetto senno.


29.

Aiace ed Agamennone.


Agamennone. O Aiace, se tu per furore uccidesti te stesso, ed eri per fare lo stesso giuoco a tutti noi altri, perchè te la pigli con Ulisse, e ieri non lo guardasti neppure in viso, quando discese quaggiù per cercare un oracolo, e non facesti motto ad un compagno d’armi e ad un amico, ma superbamente ti allontanasti a gran passi?

Aiace. Con ragione, o Agamennone: perchè egli fu causa del mio furore, egli solo contese con me per le armi.

Agamennone. E volevi che nessuno te le avesse contese, e pigliartele tutte tu?

Aiace. Sì bene, perchè quell’armatura era roba di casa mia, apparteneva ad un mio cugino. E tutti voi, che eravate uomini d’altro valore, voi non veniste meco a contesa, non entraste in lizza con me. Ma il figliuol di Laerte, al quale tante volte io salvai la vita che stava per essere accoppato dai Frigi, si tenne più prode, e più degno di avere quelle armi.

Agamennone. Dunque la colpa è di Teti, o valoroso; la quale doveva dar quelle armi a te ch’eri parente ed erede, ed ella le portò e le depose in mezzo a noi tutti.