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320 dialoghi dei morti.

lo stesso, t’annoierai anche qui dove c’è anche sempre lo stesso; e dovrai cercare un mutamento anche da questa in un’altra vita: il che penso sia impossibile.

Chirone. E che dunque avrei potuto fare o Menippo?

Menippo. Dicono che chi ha senno sa contentarsi del presente, accomodarvisi, e sopportar tutto con pazienza.


27.

Diogene, Antistene e Crate.


Diogene. O Antistene, o Crate, noi siamo scioperati, perchè non andiamo passeggiando verso l’entrata, per vedere quelli che scendono, chi sono, e che fanno ciascuno?

Antistene. Andiamo, o Diogene, chè pur sarà piacevole a vedere alcuni che piangono, alcuni che pregano di esser lasciati, altri che non vogliono proprio scendere, e Mercurio che li tiene pel collo mentre essi resistono e superbamente si dibattono, senza alcun pro.

Crate. Ed io vi racconterò quel che vidi per via quando io ci discesi.

Diogene. Raccontaci, o Crate, chè dovesti veder cose molto ridicole.

Crate. Fummo tanti e tanti in quella discesa; ma fra gli altri si distinguevano il nostro ricco Ismenodoro, Arsace governatore della Media, ed Orite l’Armeno. Ismenodoro (che era stato ucciso dai ladri presso il Citerone, andando, come credo, ad Eleusi) lamentavasi, si teneva la ferita con le mani, chiamava i suoi figlioletti che aveva lasciati, e biasimava sè stesso che dovendo passare il Citerone ed i dintorni di Eleutera che son luoghi devastati dalla guerra, e nidi di ladri, si avesse menato seco soltanto due servitori, e poi portando cinque patere e quattro tazze d’oro. Arsace già vecchio e d’onorevole aspetto con un cotal piglio barbaresco mal sofferiva di camminare a piedi, e pretendeva che gli fosse menato il cavallo; chè anche il cavallo era morto con lui, trafitti