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dialoghi dei morti. 299


Crate. Ma di questa gli altri non si curano, nessuno ci faceva carezze per ereditarla da noi: all’oro riguardavano tutti.

Diogene. E con ragione. Se l’avessero da noi ricevuta non avrebbero potuto contenerla, perchè colano per ogni parte e son fradici, come ceste imputridite. Se vuoi versare in essi un po’ di sapienza, di franchezza, di verità, tosto cade e scorre, chè il fondo non può sostenerlo; e fai come le figliuole di Danao che versano acqua in una botte forata. L’oro poi coi denti, con le unghie, con ogni sforzo lo tenevano afferrato.

Crate. Dunque noi avremo anche qui la ricchezza nostra: ed essi porteranno qui solo un obolo, che pur lasceranno al navicellaio.1


12.

Alessandro, Annibale, Minosse e Scipione.


Alessandro. Io debbo essere preferito a te, o Libio; chè io sono migliore.

Annibale. No, io.

Alessandro. Dunque Minosse giudichi.

Minosse. Chi siete voi?

Alessandro. Questi è Annibale cartaginese, io Alessandro di Filippo.

Minosse. Gloriosi entrambi: ma di che contendete?

Alessandro. Del primato: costui dice d’essere stato miglior capitano di me: io, e tutto il mondo lo sa, affermo che in opere di guerra superai non pure lui, ma quasi tutti gli altri che furono prima di me.

Minosse. Ciascuno dica sue ragioni: comincia tu, o Libio.

Annibale. Questa sola utilità, o Minosse, io avrò tratta imparando qui a favellar greco, chè nemmeno in ciò costui avrà vantaggio sovra di me. Io dico che degni di gran lode son quelli che da prima essendo niente, giungono a gran-

  1. Si poneva l’obolo in bocca ai morti per pagare il nolo a Caronte.