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258 | dialoghi degli dei. |
Paride. Ma come? S’ella è d’altrui.
Venere. Sei troppo giovane, e rozzo. So io come aggiustar ogni cosa.
Paride. E come? vo’ saperlo anch’io.
Venere. Tu anderai in Grecia, e farai vista di viaggiare: quando sarai giunto a Sparta, Elena ti vedrà: da quel punto sarà cura mia ch’ella s’innamori di te, e ti segua.
Paride. Questo mi pare incredibile, che ella abbandoni il marito, e voglia venirsene con un barbaro, con un forestiero.
Venere. Non darti pensiero di questo. Io ho due bei figliuoli, Cupido ed Amore, e te li darò a compagni del viaggio. Amore si porrà tutto in lei, e la costringerà ad amarti; e Cupido verserà su di te tutti i suoi vezzi, e ti renderà desiderabile ed amabile: verrò io stessa in aiuto, e mi accompagneranno le Grazie: e così tutti insieme la farem persuasa.
Paride. Chi sa come questo avverrà, o Venere! Ma io già mi sento acceso di cotesta Elena, e, non so come, parmi di vederla: già navigo diritto in Grecia, e vo a Sparta, e me ne ritorno menando meco la donna. Oh quanto mi tarda che tutto questo succeda!
Venere. Ma tu non sarai amato, o Paride, se prima col tuo giudizio non mi farai conciliatrice e pronuba di queste nozze. Conviene che io ci venga vittoriosa per festeggiare le nozze e la vittoria. Tutto puoi acquistare con cotesto pomo, l’amore, la bellezza, le nozze.
Paride. Temo che dopo il giudizio non ti scorderai di me.
Venere. Vuoi ch’io tel giuri?
Paride. No; ma promettilo un’altra volta.
Venere. Io ti prometto di darti Elena in moglie, di accompagnarti a lei, e di tornare con entrambi in Ilio; io ci sarò, e farò ogni cosa per voi.
Paride. Ed Amore, e Cupido, e le Grazie le condurrai?
Venere. Non dubitare: anche il Desio e l’Imeneo io ci menerò.
Paride. A questo patto io do a te il pomo; a questo patto prendilo.