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Ulisse.
Lo amore che si porta naturalmente a quei che sono de la sua patria. E questo mi ha fatto impetrar da Circe di render l’effigie de l’uomo a tutti i miei Greci. E per avere inteso da lei che tu n’eri uno, voleva farti questo bene; perchè io ancora sono Greco, e chiamomi Ulisse.
Lepre.
A me non le restituirai tu già, se io non sono però forzato.
Ulisse.
O perchè? non è egli meglio essere uomo che animale bruto?
Lepre.
Non già, per quanto io conosca.
Ulisse.
E sei tu però disposto in tutto di voler consumare la vita tua in cotesto corpo di fiera?
Lepre.
Sì; perchè standomi così fiera, mi vivo contento e quieto ne la mia specie; ed essendo uomo, non mi contentai mai in istato alcuno.
Ulisse.
E il caso è se questo per colpa tua e per esser tanto insaziabile, che tu non ti contentassi di quel che è ragionevole.
Lepre.
Io dubiterei di cotesto; se non che io non trovai mai uomo alcuno, in che stato si voglia (e ne praticai pure assai), che fusse perfettamente contento. Ma dimmi un poco, che ha però l’uomo ch’ e’ debba viver contento? Chè o egli è posto da la fortuna in istato che egli ha a comandare e a provvedere ad altri, o egli è comandato e governato.
Ulisse.
In tutti due questi stati (se egli è prudente) ha da contentarsi.
Lepre.
Anzi in nessuno: perchè se egli è principe e signore, e ha a governar altri se egli vuole far quel che gli conviene, e’ non ha mai un’ora di riposo; lasciando stare l’insidie e gl’inganni de’ queali egli debbe tuttavia tenere, e che nascon tutto il giorno da la invidia che gli è portata. Ohimè, non sai tu che un principe tiene nel suo principato il luogo che tiene Iddio ottimo e grandissimo ne l’universo? chè ha con la prudenza sua aver cura a tutte le cose; donde ei si dice vulgarmente, che tutti i sudditi suoi dormon con gli occhi di quello: che piacere vuoi tu adunque che egli abbia?
Ulisse.
Grandissimo, veggendoli viver civilmente e