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DIALOGO TERZO.


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ULISSE CIRCE E LEPRE.

Ulisse.
Se io non sapessi quanto sia l'amore che tu mi porti, nobilissima Circe, io dubiterei certamente che tu non volessi concedermi quella grazia che io ti ho domandata; e non volendo negermela, mi avessi fatte parlare solamente a que' che tu sai che hanno l'animo tanto deliberato di non tornar uomini, che nessuno lo potrà persuader loro mai, e così io mi tolga da l'impresa.
Circe.
Non ti caschi ne l'animo un simil pensiero di me, Ulisse; chè questo non si conviene nè a l'amor che io ti porto, nè a la grandezza e nobiltà de l'animo mio, intento sempre e glorissime imprese: che tu sai bene che chi non sa disdire i piaceri, non sa ancora fargli.
Ulisse.
Oh! tu mi hai fatto parlare a uno il quale è molto più ostinato che quegli altri; e dove io mi credeva fargli un bel dono, facendolo tornar uomo e rimenandolo a la sua patria, quella sua ostinazione l'accieca tanto, ch'e' dice che peggiorerebbe assai cambiando quello essere a questo.
Circe.
Se tu avessi provato ancora tu lo stato loro, Ulisse, tu faresti forse ancora tu così.
Ulisse.
Costui, mentre che fu uomo, dice che fu medico; i quali, come tu sai, non veggon mai altro che mali, dolori, brutture e infermità de gli uomini; non sentono mai altro che lamenti e pianti di quegli. De la qual cosa ricordandosi egli ora (perchè sempre si ritengono a la memoria più i mali che i beni), mi penso che non voglia ritornare uomo.
Circe.
In tutti gli stati de gli uomini sono molti più gli affanni e le miserie, che i contenti e le felicità.
Ulisse.
Male avrebbe fatto adunque, se così fosse, quel nostro Sapiente, che in fra l'altre cose de le quali egli ren-