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la vita più corta: il che non è piccol male, nè piccola infelicità.
Serpe.
Sì, forse, a noi che siam provveduti di tutto quelle cose che ci son necessarie da la natura, e che viviam sempre sani e senza dolore o passione alcuna (benchè e' ci è anco poca doglia il morire, perchè noi non prevediamo la morte innanzi come voi; e, oltra di questo, non conosciamo così perfettamente quanto sia gran cosa il perdere l'essere). Ma a voi sarebbe e' bene felicità grandissima, perchè il viver lungamente non è altro a voi che uno stentare più tempo: con tanti disagi, e con tante fatiche conservate la vostra vita. E come e' vi viene un duol di capo, vi tormenta tanto il timor de la morte, che vi è molto più grave il dolore de l'animo che quel del corpo: tale che son stati molti, che per questa cagione han detto che la vita vostra non si può chiamar vita, ma uno continuo corso e pensamento de la morte.
Ulisse.
Coteste son parole.
Serpe.
Sì, che non ci è forse fra voi stati ancora di quegli che, considerando la miseria vostra, hanno detto che sarebbe meglio non esser mai nati; e che di quei che son nati, si posson chiamar solamente felici quei che son morti ne le fasce. E quanti sono ancora stati che, considerando lo stato vostro, per liberarsi da tanti mali, si sono dati la morte da loro stessi colle proprie mani? cosa tanto empia, che ella non cadde solamente già mai nel pensier d'alcun di noi.
Ulisse.
Sì qualche pusillanimo, che sbigottito per non saper vincere qualche avversa fortuna o sopportare qualche male che gli sarà sopravenuto: ma per uno di questi tu truoverai le migliaja che non vorrebbon morire.
Serpe.
Si, ma tu non sai la cagione.
Ulisse.
E qual è? dimmela un poco.
Serpe.
Il temer di non andare a peggiore stato; per lo spavento che vi hanno messo molti, scrivendo di non su che regno di Plutone; dove dicono che sono tante atrocissime pene, preparate a chi ha di voi punto trapassato il segno de la ragione per saziare qualche volta un poco le voglie sue. A la qual cosa non pensiamo già mai noi. Ma se gli uomini cre-