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ha uno ammalato nel medico, gli giova bene spesso molto più che le medicine; e chi meglio sa ciurmare s'acquista più fede.
Serpe.
Ed io lo so, che per sapere ben parlare e ben persuadere, e massimamente le donne, a modo de le quali si tolgono il più delle volte i medici, e non per sapere operare, mi acquistai gran credito. Ma sta' fermo, Ulisse: vuoi tu vedere che gli uomini non sanno perfettamente la medicina, che dànno a un mal solo più e più rimedj?
Ulisse.
O quanti più rimedi dà un medico a una infermità, non è egli segno che egli sa più de l'arte?
Serpe.
Tutto il contrario, perchè il dare assai rimedj a un male è segno di non sapere il suo propio. Imperrocché, così come tutti gli effetti hanno solamente una cagione propia che gli produce, se ben possono essere dipoi prodotti da molte altre accidentalmente (come avviene, verbigrazia, del calore, il quale è prodotto principalmente dal fuoco, e accidentalmente da molte altre cagioni, come sono stropicciare due legni insieme, ammontare cose umide, e simili altri modi); così ogni male ha il suo rimedio propio, e chi lo sapesse lo guarrebbe indubitatemente. Sicché, quando tu vedi che uno dà molti rimedj a un sol male, dì: costui non sa il suo propio, e cercane. E bisogna allora, come si dice, che i cieli ve la mandino buona.
Ulisse.
Pensa, dunque, se noi stiamo benissimo a capitare a le vostre mani.
Serpe.
Vedilo; e però son molti che dicono, che gli è meglio tòrre un medico ben fortunato, che un dotto.
Ulisse.
Che intendi tu per ben fortunato?
Serpe.
Uno che si vegga che la maggior parte degl'infermi che gli capitano a le mani sieno guariti da lui; perchè ben fortunato si chiama colui al quale succedon bene la maggior parte de le faccende sue, e che ne' partiti dubbj e pari gli vien sempre preso il migliore: perchè, come io ti ho detto, egli è tanto difficile ne la medicina lo applicare gli universali a' particolari, che bisogna che l'infermo abbia buona sorte; altrimenti, e' porta grandissimo pericolo.
Ulisse.
Di questo, ci abbiamo noi a dolere de gli uomini