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vero, lo confessano i medici stessi, dicendo che le esperienze in questa arte sono molto fallaci. E così ella appartiene a lo attivo, il fine del quale è operare, e il travagliarsi circa i particolari; e in questo modo ti confesso che se ne sa pochissima; e la esperionza ve lo dimostra tutto il giorno: per la qual cosa si usa dire per proverbio, che i medici guariscono ognuno in cattedra, ma non già nel letto.
Ulisse.
O donde cavasti tu la riputazione che tu avevi, se tu sapevi poco operare?
Serpe.
Da la stoltizia de' più, che non ponendo bene spesso mente a quello che gli uomini fanno, si lasciano ingannare da quel ch'e' dicono.
Ulisse.
Certamente che gli uomini ne le come loro proprie veggono lume poco discosto.
Serpe.
E in questa sopra tutte le altre, per la voglia che gli hanno del vivere. E se tu vuoi vederlo chiaramente, avvertisci che di quegli errori ch'e' puniscono gli altri, e' pagan noi a peso d'oro. I quali son tanti e sì grandi, che mal per noi se la terra non gli ricoprisse, come disse già uno de' nostri sapienti di Grecia; il quale essendo dipoi un giorno domandato quale era la cagione che egli non aveva mai male, rispose: Il non m'impacciar con medici.
Ulisse.
Ben l'intendeva adunque quell'altro nostro grand'uomo, poichè diceva, che nessun buon medico pigliava mai medicine.
Serpe.
Tu dovevi pure anche dire quell'altra.
Ulisse.
E che?
Serpe.
Che nessun buono avvocato piatisce mai. Ma e' ci è ancor peggio, chè per mantenere in riputazione questo loro inganno, ei danno ad intendere agli uomini di pigliarlo, facendole ordinare a gli speziali e mandarsele a casa, e poi le gettan via: e io ho conosciuto di quegli che lo hanno fatto.
Ulisse.
Chi non sa che questo nostro vivere è una ciurma? e che noi non facciamo se non ingannarci l'un l'altro?
Serpe.
E i maggiori inganni che si faccino; si fanno dove più giuoca il credere; chè in questo s'adopra egli più che in alcun'altra cosa.
Ulisse.
Tu vedi bene, che e' s'usa dire che la fede che