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Ulisse.
Ei debbe aver inteso che tu ragioni di lui, che egli si è così fermo a riguardarci fissamente.
Circe.
Questo potrebbe anche esser vero. Ma parlargli, ed io andrò intanto qua fra queste mie Ninfe a passarmi tempo lungo la riva del mare.
Ulisse.
Io ho avuto tanto piacere di parlare con quelle due bestie, se bene io non ho potuto persuader loro quel che io voleva e quel che è il vero, ch'io son disposto di favellare ancora con questo Serpe. Serpe, o Serpe.
Serpe.
Che vuoi tu, Ulisse? ma ohimè, io intendo, io favello: sarei io mai ritornato uomo come già era? Deh non piaccia questo agli Dei!
Ulisse.
E quale è la cagione, Serpe, che tu non vorresti esser ritornato uomo? lo stato forse nel qual tu vivesti, eh?
Serpe.
Questo no, ma la natura stessa de l'uomo, la quale veramente non è altro che uno albergo di miserie.
Ulisse.
Fa' conto che io arò dato in un altro simile a questi due. Serpe, stammi a udire. Egli è in poter mio il farti tornare uomo, che Circe me l'ha concesso, pregata però da me, per l'amore che io vi porto, essendo noi d'una medesima patria. Ora io posso farti questo bel dono.
Serpe.
Fállo pure ad un altro, che io ti prego che tu mi lasci fluire in questo modo la vita mia, perché io farei certamente troppa perdita a cambiare questo essere col vostro.
Ulisse.
E quale è la cagione?
Serpe.
Non te l'hanno detta coloro co' quali tu parlasti?
Ulisse.
Questi furono due uomini di tanto bassa condizione, e di sì poco conoscimento, che io non tengo molto conto de le parole loro.
Serpe.
O pure non ti assegnarono eglino la ragione perchè non voglion tornare uomini?
Ulisse.
L'un di loro, il quale fu pescatore, mi disse per non avere a pensar dove egli avesse abitare; il qual pensiero non hanno gli altri animali, che si stanno chi per le caverne de la terra, chi per i boschi, chi su per gli arbori, chi per le acque e chi, in altri varj luoghi: e l'altro, che fu conta-