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la (il che non fa alcuno di noi), considerato l'infelicità e la miseria de lo stato in che voi venite.
Ulisse.
Per questo non possiamo noi già farlo, nol conoscendo noi, come tu sai.
Talpa.
Se ben voi non lo conoscete, voi cominciate a sentire l'incommodità del luogo dove voi venite ad abitare; il quale (com'io t'ho detto) dove egli è accomodato a ciascuno altro animale, è a voi soli quasi contrario, e però a voi solamente è dato il pianto da la natura.
Ulisse.
Come a noi soli? O non piange ancora il Cavallo, secondo che io ho udito dire?
Talpa.
Non credo io già; ma io mi penso che quelle lagrime che cascan loro certe volte da gli occhi, naschino da superfluità che ascendono loro a la testa, per essere il cavallo animale molto gentile. E se pure qualcuno ne piange, e' lo fa per qualche disgrazia che gli avviene, come sarebbe mutar padrone, o perdere la compagnia di qualche altro cavallo a chi egli avea posto amore, essendo egli molto atto per natura a amare; e non lo fa subito che egli è nato, come voi: che ne avete ben ragione (come io ti dissi poco fa); considerando che voi avete a essere di subito legati, ed avete a nutrirvi per le mani d'altrui, nè potete far cosa alcuna da voi di quelle che si convengono a la natura vostra. Si che non ti affaticar più, Ulisse, che io per me sono un di quegli che voglio più tosto morirmi che ritornare uomo.
Ulisse.
Ehi, Talpa mia, tu arai fatto ancor tu, come io dissi a quella Ostrica; tu arai perduto a un tempo medesimo l'effigie di uomo e la ragione. E se tu vuoi veder se gli è il vero quel ch'io ti dico, considera che animali voi siete; che se voi fussi pur perfetti, io direi che voi aveste qualche ragione.
Talpa.
O che ci manca egli?
Ulisse.
Come, che vi manca? a lei il senso de l'odorato e de lo udito, e, quello che è più, il potersi muovere da un luogo a uno altro; ed a te il vedere, che sai quanto ei merita d'essere avuto in pregio, dandoci egli notizia di più differenze di cose che alcuno altro sentimento.
Talpa.
Oh, per questo non siamo noi imperfetti; ma