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Ulisse.
Oh belle case. Io ti so dire che e' debbono abitare con un agio grandissimo.
Ostrica.
Se non vi son dentro tanti comodi quanto ne le vostre, e' non vi sono anche tante noie e tanti pensieri.
Ulisse.
E che noie e che pensieri abbiamo noi de le nostre, che le facciamo secondo l'animo nostro con le nostre mani?
Ostrica.
Come, che noie e che pensieri? il mantenerle e racconciarle, e difenderle da quelle incomodità che arrecano seco i tempi: oltre a questo, quando vi riposate voi mai in quelle un'ora con l'animo quieto, non essendo mai sicuri che elle non vi rovinino addosso? e quello che è più, il timore e la paura de' tremuoti; chè mi ricorda, che venendone già alcuni ne i paesi nostri, le genti si spaventavano di maniera, che elle abitavano la notte fuori per i prati, ed il giorno andavano insieme a schiera a uso di gru, supplicando e gridando a gli Iddii, e portando attorno certi loro arnesi vecchi, con fiaccole accese in mano: dove si conosceva chiaramente che può tanto in voi la paura, ch'ella vi fa bene spesso perdere il cervello.
Ulisse.
Eh coteste son certe cose che accaggiono tanto di rado, che non è da farne stima.
Ostrica.
Voi non potete, oltre a questo, fabbricarvene in ogni luogo, come ha dato la natura a noi; o veramente di maniera, che voi possiate portarvele dietro, come molti di noi.
Ulisse.
E che noia dà questo, quando noi ne abbiamo una secondo l'animo nostro? Non sai tu che chi sta bene non debbe mutarsi?
Ostrica.
Come, che noia dà? O se la mala sorte fa che voi abbiate qualche vicino, che o per i costumi suoi, o per qualche arte che faccia, vi sia in qualche modo molesto e contra l'animo vostro, che infelicità è il non potere andare altrove, come facciam noi? Sì che, ritornando a i nostri primi ragionamenti, avendo la natura tenuto molto più conto di noi ch'ella non ha fatto di voi, come io ti ho dimostro, e non potendo ella errare, e' ne segue che noi siamo migliori e molto più nobili di voi.