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questi traditorelli di questi Granchi marini, e gittassimi un sassolino fra l'un nicchio e l'altro, onde io non potessi poi riserrargli.
Ulisse.
O perchè questo?
Ostrica.
Per tirarmi poi fuori con le sue bocche, e cibarsi di me, chè così usano fare quando ci veggono aperte.
Ulisse.
Oh odi sottile astuzia! e chi vi ha insegnato guardarvi da loro, e fuggire così questi loro inganni?
Ostrica.
La natura, la quale non manca ad alcuno mai de le cose necessarie.
Ulisse.
Sta senza sospetto alcuno, e parla sicuramente, chè io starò avvertito.
Ostrica.
Orsù, stammi a udire. Dimmi un poco, Ulisse: voi uomini che vi gloriate tanto d’esser più perfetti e più prudenti di noi, per avere il discorso de la ragione, non istimate voi più quelle cose che voi giudicate essere migliori che l'altre?
Ulisse.
Sì certamente: anzi questo è uno di quei segni, donde si può conoscere la perfezione e la prudenza nostra; conciossiaocosachè l'apprezzare ciascuna cosa egualmente nasca dal poco conoscere la natura e la bontà loro, e sia manifesto segno di stoltizia.
Ostrica.
E non l'amate voi più che l'altre?
Ulisse.
Sì; perchè sempre alla cognizione séguita o l'amore o l'odio. Perchè tutte quelle cose che ci si dimostrano buone, si amano e si desiderano: e per il contrario, quelle che ci appariscono ree, si odiano e si fuggono.
Ostrica.
Ed amandole più che l'altre, non tenete voi ancora maggior cura di loro?
Ulisse.
O chi ne dubita di questo?
Ostrica.
O non pensi tu che faccia ancora questo medesimo la Natura, o quella intelligenzia che la guida? e con molta più ragione di voi, non possendo ella errare; secondo che io udi' già di molte volte dir a quei filosofi d'Atene, mentre che io, per vendere i pesci che io pigliava, mi stava appresso a quei portici dove eglino si stavano buona parte del giorno a disputare e ragionare insieme.
Ulisse.
Questo credo io ancora.