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Pagina:Opere complete di Galileo Galilei XV.djvu/60


le quali pur dovriano esser grossissime, dovendo, come si è detto, esser di circuito 770 miglia, mi pare un trattar dell’impossibile, o almeno di cosa sproporzionatissima, e molto più dovendoci ancor restare lo spazio per li abitanti. Ci è inoltre un’altra sconvenienza, che ponendo il castello così grande, pone poi la città così piccola, che a pena ha la quarta parte di circuito: per le quali ragioni chi non crederà il castello dovere esser piccolo, come dal Manetti è figurato, e non altramente girare intorno all’estremità del limbo, ma nella traversa di esso limbo esser situato?

Di quattro altre differenze che tra il Manetti e il Vellutello nascono, non trovo in Dante luoghi che costringhino più a questa che a quella opinione esser da credersi; ma sono bene ragioni assai probabili in favor del Manetti.

E prima, dei dieci ordini di ponti, con i quali il Vellutello attraversa Malebolge, non è in Dante luogo onde tal numero cavar si possa; che se bene nè anche afferma il Poeta che un solo fosse, nulladimeno bastando un ordine solo, non so a che proposito multiplicarli senza necessità; in oltre, se dieci ordini fossero, troppo gran maraviglia sarebbe come tutt’a dieci si fossero accordati a rovinar sopra la sesta bolgia, massime essendo, come afferma il Poeta, seguìta tal rovina a caso per certo accidente.

Che Lucifero fosse alto 3000 braccia e non 2000, come vuole il Manetti, non traendo questa nuova opinione del Vellutello origine da altro che dal voler misurare la pina prima che fosse rotta, e dal voler porre i giganti alti nove teste, non ci par da credere così di leggiero; anzi è cosa credibile che Dante, se pur la misurò, misurasse la pina come a suo tempo era, e ch’ei credesse i giganti esser di comune e non di rara sveltezza, quale sarebbe a farli alti nove teste.

Parimente che le diacce fossero come macine, e non