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Pagina:Opere complete di Galileo Galilei XV.djvu/317


poesie. 299

E però non par ch’ella si disdica
     A quei che fanno le lor cose adagio
     252E non han troppo a grado la fatica;
Anzi han per voto lo star sempre in agio,
     Come a dir frati o qualche prete grasso,
     255Nimici capital d’ogni disagio,
Che non vanno mai fuor se non a spasso,
     Come diremmo noi, a cercar funghi,
     258E se la piglian così passo passo.
A questi stanno bene i panni lunghi,
     E non ad un mio par, che bene spesso
     261Ho a correr perchè un birro non mi giunghi;
E ho sempre paur di qualche messo,
     O che il Provveditor non mi condanni,
     264Che a dire il vero è un vituperio espresso.
Però, prima che usar più questi panni,
     Vo’ rinunziar la cattedra a Ser Piero,
     267E se non la vuole egli, a Ser Giovanni.
Io vo’ che noi facciamo a dir il vero:
     Che crediam noi però però che importi
     270Aver la Toga di velluto nero?
E un che dietro il ferrajol ti porti,
     E che la notte poi ti vadia avanti
     273Con una torcia, come si fa a’ morti?
Sappi che questi tratti tutti quanti
     Furon trovati da qualcuno astuto,
     276Per dar canzone e pasto agl’ignoranti,
Che tengon più valente e più saputo
     Questo di quel, secondo ch’egli avrà
     279Una Toga di rascia o di velluto.
Dio sa poi lui come la cosa sta;
     Ma s’avessi a dir io il mio parere,
     282Questo discorso un tratto non mi va.