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Lisa 15

sioni — cinque o sei metri quadrati di terra che il giardiniere, com’io ne avèa sentita vaghezza, mi aveva tosto concesso, imaginando il brav’uomo di così scampare i mille altri. A voi il dire se tale speranza potesse aver fondamento ! Sta il fatto che il pìccolo già si mangiava il grande giardino e Tonio se ne convinse ben presto, che, venendo sul mio per qualche irreperìbil falcetto, ivi scapucciava sempre e nella vanga e nel badile e in fasci di sbarbicate piantelle.

Del resto, tuttoché io continuassi, secondo il sistema delle formiche, ad ammassarvi roba su roba, certamente il mio parco non respirava ricchezza. Al contrario! Di verzura, filo: non vi si scorgevano che foglie e rami secchi, buche profonde, mucchi di sassi; un mastello interrato (il lago) pieno di un’aqua che parca sugo di lenti, pali con corde — a scopi ignoti anche per mò — più, sparpagliati, cocci di vasi, gambe di sedie, un caldarino rollo, un crivello, due parafuoco (e intanto mamma si disperava a cercarli), in poclle parole, un guazzabuglio, una confusione di cose.

Di notàbile, nulla. Tuttavìa, siccome Lisa mi era stranamente andata a genio e siccome di parlantina non ne mancavo, così dièdimi ad illustrarle la suaccennata grillaja come se si trattasse degli orti di Babilonia. Nè me ne stetti al solo presente, no: di voglia intaccài l’avvenire

le dissi cioè, quanti e quali disegni astrologava il mio biondo ciuffetto, anzi, mi lasciài andare verso di lei alle più strane, gelose confidenze.

Imperocché, figuràtevi, io le aprii il quia — quel quia di cui mio padre avèa dovuto pulirsi la bocca — sopra una buca che vaneggiava a’ pie* nostri; come essa fosse strada alla scoperta di un tesorone di soldi d’oro