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Lisa 11

ciò. E questo, le molte sbarre, ramate, inferriate che voi vedete ancora oggidì nei luoghi pericolosi del nostro giardino ed i giallicci conti del farmacista, lunghi come la fame — conti in cui le parole di ccrollo e di àrnica si altè rnano fino alla somma — Io cantano.

Ma qui, a scusa mia e d’ogni folletto di bimbo, confiderò alle sfiduciale mammine una incuorante opinione. Non la giurerèi, avverto; pure, credo che non la sia errata del tutto.

Voglio dire che come vi sono le fisiche espulsioni, quali le forse, la rosolìa, la scarlattina od altre ed altre, così ve ne devono èssere anche di morali, e pur benedette, poiché per esse qualcuno di noi riesce a spazzarsi via, tutta o in parte, la cattiveria infusagli dai genitori.

E — qual frùgolo ero allora, qual nabisso!

Dal punto che, godutami una dormitona, io cominciava a zampettare sotto le lenzuola, a quello in cui, scalcagnato, infangato, cadevo sopraccollo dal sonno sul canapè della sala, fate conto ch’io fossf come in mezzo alle ortiche.

Quanto diavolerìe! (pianti dispetti! Per non dire de’ ciòttoli ch’io lanciavo sui tegoli contro i piccioni o contro qualche grazioso gattino che si leccava quetamente i balletti e spiluccàvasi al sole; lasciando stare le girellelte de’ seggioloni strappate, gli squassati àlberi gravi di frutti, i sotterranei da talpe minati e sìmili piccolezze, io non poteva, a ino’ d’esempio, passar vicino a un vassojo carco di bicchieri e di chicchere, senza formicolare dalla pnirìgine di mandarlo in frantumi, nè, incontrando un contadinello, vìncer In smania di regalargli uno scapezzone o almeno almeno, un gambetto.

E, trottar sui viali.... lo sperereste? Chèli!

Era sempre al di là de’ concordati, a traverso pòpoli di vainiglia e garòfani, pestando gerani,