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del chiabrera 79

III

PER LA MEDESIMA1.

Quando nel grembo al mar terge la fronte,
     Dal fosco della notte apparir suole
     Dietro a bell’Alba il Sole,
     D’ammirabili raggi amabil fonte,
     5E gir su ruote di ceruleo smalto
     Fulgido, splendentissimo per l’alto.
Gli sparsi per lo ciel lampi focosi
     Ammira il mondo, che poggiar lo scorge:
     E se giammai risorge
     10L’alma Fenice dagli odor famosi,
     E per l’aure d’Arabia il corso piglia,
     Sua beltate a mirar qual meraviglia!
Stellata di bell’ôr l’albor dell’ali,
     Il rinovato sen d’ostro colora,
     15E della folta indora
     Coda le piume a bella neve eguali;
     E la fronte di rose aurea risplende,
     E tale al ciel dall’arsa tomba ascende.
Santa, che d’ogni onor porti corona,
     20Vergine, il veggio, i paragon son vili:
     Ma delle voci umili
     Al suon discorde, al roco dir perdona,
     Che ’I colmo de’ tuoi pregi alti infiniti
     Muto mi fa, benchè a parlar m’inviti.
25E chi potria giammai, quando beata
     Maria saliva al grand’Impero elerno,
     Dir del campo superno
     Per suo trionfo la milizia armata?
     Le tante insegne glorïose, e i tanti
     30D’inclite trombe insuperabil canti?
Quanti son cerchj nell’Olimpo ardenti
     Per estrema letizia alto sonaro,
     E tutti allor più chiaro
     Vibraro suo fulgor gli astri lucenti;
     35E per l’Eteree piagge oltre il costume
     Rise seren d’inestimabil lume.
Ed Ella ornando ovunque impresse il piede
     I fiammeggianti calli, iva sublime
     Oltra l’eccelse cime
     40Del cielo eccelso all’insalibil sede,
     Ove il sommo Signor seco l’accolse,
     E la voce immortal così disciolse:
Prendi scettro e corona: e l’universo
     Qual di reïna a’ cenni tuoi si pieghi;
     45Nè sparga indarno i prieghi
     Mai tuo fedel a te pregar converso:
     E la tua destra a’ peccator gli immensi
     Nostri tesori a tuo voler dispensi.
Così fermava: e qual trascorsa etate
     50Non vide poi su tribolata gente
     Dalla sua man clemente
     Ismisurata traboccar pietate?
     E benchè posto di miserie in fondo
     Non sollevarsi e ricrearsi il mondo?

IV

PER LA MEDESIMA.

Nel dì che più dolente apparir fuore
     Le ciglia de’ viventi il Sol miraro,
     Quando tanto innondaro
     I gran diluvj del superno Amore
     5Sul fier Calvario, infra la turba Ebrea
     Maria lo scempio del Figliuol scorgea.
Scorse languirlo, e dalle membra appese
     Del sangue i rivi traboccar correnti;
     E le voci dolenti
     10Dall’arse labbra ed assetate intese;
     E posto a’ duri strazj il vide segno,
     E dato in preda all’inimico sdegno.
E pur del petto suo l’aspra agonía,
     E pur le pene, e pur le doglie intense,
     15E pur l’angoscie immense,
     Ond’Ella tormentando a men venía,
     Ed onde Ella moria, franca sofferse,
     E per lo scampo uman pronta l’offerse.
Dunque d’ingrato obblio tanto cospersi
     20Non vegga Ella dal ciel nostri pensieri,
     Che de’ suoi pregi alteri
     Un momento per noi sappia tacersi;
     Ma con alma devota in varj modi
     Cantiam sue glorie, e rinnoviam sue lodi.
25Ed io ben so, che a non provarsi invano
     Converria l’arco di marmorea pietra,
     E di selce la cetra,
     D’acciar le corde, e di metal la mano:
     Ma so non men, che per le prove estreme
     30Colpa di vero amor biasmo non teme.
Quindi dirò, che memorabil fonte
     Al nome femminil di gloria asperge,
     Sicchè le macchie terge,
     Onde elle già tenean grave la fronte;
     35E che all’iniqua serpe ad Eva infesta
     Franse e calcò l’abbominevol testa:
Che fine impose al nostro orribil bando;
     Che a’ nostri gran dolor porge conforto;
     De’ naufraganti porto,
     40E scorta di color che vanno errando;
     E giogo e frea dell’infernal possanza,
     E fermo segno alla mortal speranza.
Ella d’aita i lassi cor provvede,
     Di lei proprio è costume esser clemente;
     45A lei corre il dolente;
     Per lei discende al peccator mercede.
     Or per le nostre lingue in varj modi
     Sempre quaggiù si benedica e lodi.

V

ALLA MEDESIMA.

Fonti di vivo mel, di viva manna
     Sprezzando il mondo, a rio veneno è vôlto
     Quinci ebbro, quinci stolto,
     Mentre a bugiardo ben dietro s’affanna,
     5Fassi verace di miseria esempio,
     Chè non ha seco pace il cor dell’empio.

  1. Leggansi le lodi che fa di questa Canzone il Muratori Della Perfetta Poesia, tom. IV, a carte 246. Milano, 1821, ediz. de’ Classici Italiani.