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del chiabrera 71

IV

PER AGOSTINO BARBARIGO

PROVVEDITORE DELL’ARMATA

Morì nella battaglia di Lepanto.

Di cotanti gravosi aspri martiri,
     Di cotanti dogliosi aspri lamenti,
     Che debita pietate, altrui non nota,
     A me svelle dal core,
     5Non sia chi, prego, in ascoltar s’adiri:
     Volgan più tosto il cor, volgan le genti
     Morte a biasmar, che inesorabil ruota
     Fortuna di dolore;
     Fatta avversa d’Italia al primo onore,
     10La falce in giro mena,
     E colà miete, ove le dia più pena.
Ma tu, che siedi in grembo al gran Tirreno,
     Coronata d’olivo, alta Reina,
     Dalla strage barbarica nemica
     15Il Barbarigo altero
     Raccogli, e chiudi alla bell’Adria in seno
     La cener vincitrice peregrina:
     Fia sopra il cener suo tempo, che dica
     Il vïator straniero:
     20Ecco il flagel dell’ottomano Impero:
     Già gran fulmine armato,
     Ora lume d’Italia in Ciel traslato.
Tal bene apparse folgorando in guerra
     Là dove tra’ bei rai suo pregio eterno
     25Ammirò l’onda e la riviera Argiva:
     E ben lauree gemmate
     Tesseva al gran valor la patria terra;
     Ma duramente il vinse arco d’inferno,
     Quando più il varco alla vittoria apriva.
     30Spoglie, archi, armi lunate,
     Ampio sangue infedel, viste beate
     Intorno al mar tingea;
     Ei grave in sul morir gli occhi chiudea,
Qual dunque dal sonoro almo Ippocrene,
     35Qual dalle selve del gentil Permesso,
     Altra chiamerò Musa al mio dolore,
     Salvo quella che spira
     Dolci modi di lagrime e di pene?
     O Febo, or tu mi cingi atro cipresso,
     40E sì tempra le corde auree canore,
     Che n’ululi la lira:
     Io Citarista di tormento e d’ira,
     Io dell’Italia mesta
     Misero Cigno alla stagion funesta.

V

PER ASTORE BAGLIONE1

Difesa Famagosta, fu contra la fede
data ucciso da’ Turchi.

Spero, nè forse io spero,
     Per gran desire vaneggiando, in vano,
     Che dopo gran girar del Tempo alato;
     Suono di fama altero
     5Dall’odioso obblio vorrà lontano
     Nell’altrui mente il fier Baglione armato;
     E fra quegli empj, onde repente in stato
     Cadde Cipri di gemiti e di pianti,
     I barbari nepoti
     10Ne i secoli remoti
     Del gran nemico ammireranno i vanti;
     Chè per lunga stagion fatte canute
     Spande l’ali più forte alma virtute.
Qual Berecintio pino,
     15Quanto più crebbe alle dure Alpi in seno,
     Men prezza Borea, ove gelato ci freme,
     Tal grido alto divino
     Per lunga età sorge robusto, e meno
     L’arido fiato dell’Invidia teme.
     20Deh col bel nome del Guerriero insieme
     Corra la via degli anni anco mia rima,
     Nè per la strada eterna
     D’empia vorago inferna
     Torbido turbo mia pietate opprima:
     25Anzi lo stil di mie querele in prova
     Futura Musa a lamentar commova.
Febo, fa tu palese,
     E narra altrui l’abbominato inganno;
     Di’, qual arte si tenne al gran dolore?
     30Già sulle rote accese
     Il Sol quasi girava il second’anno,
     Lungo omai troppo all’Ottoman furore2;
     E della ria stagion nel crudo orrore
     In sulle mura di gran sangue sparte
     35Al minacciato campo
     Segno chiaro di scampo
     Dava il Baglion con tromba alta di Marte;
     E sosteneva in arme aspra battaglia,
     Quale augel grande a cui d’arcier non caglia.

  1. La famiglia Baglione fu nel medio evo illustre in Perugia tra i nobili Ghibellini, Gio. Paolo, padre del presente, uno de’ condottieri italiani di quell’epoca, riusci a divenire signore della sua patria, Guerreggiò ai tempi di Alessandro VI, Giulio II, Leone X. Or padrone della sua patria, ora scacciatone dalle truppe pontificie, servì più volte sotto i Veneziani al tempo della Lega di Cambrai, Fu ucciso in Roma, malgrado il salvocondotto che ivi lo aveva chiamato, nel 1520.
  2. Nel 1570 essendo minacciata l’Isola di Cipro da una invasione turchesca, si unì a Suda nell’Isola di Candia la flotta alleata de’ Veneti, Spagnuoli e Pontificj sotto tre gran capitani Girolamo Zeno, Andrea d’Oria, Marc’Antonio Colonna. La rivalità del comando rendette inutili e vane tante forze riunite e tanto valore. Fu presa dai Turchi Nicosi capital dell’isola di Cipro, con lo sterminio degli abitanti. L’anno seguente 1571 fu assediata Famagosta, la seconda città dell’Isola, difesa da Astore Baglione, generale de’ Veneti, il quale fino all’estremo si sostenne da prode, e meritò un’onorevole capitolazione. Egli venne contro la data fede assassinato nel campo Turco il 15 agosto.