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264 poesie

L’empio fece stancar verghe ferrate,
E forti braccia in sulle carni ignude;
35E quanto più le membra eran sbranate,
Ei più gioiva, e dando a lei tormenti
Porgea sollazzo a sue vaghezze crude:
E già dal collo, e già dal petto eburno
Più d’un rivo di sangue ampio correa;
40Ed ella, i fulgidi occhi al ciel conversi,
Sospir non scioglie, ma del duol sofferto
Al grandissimo Dio grazie rendea:
Nè vanamente, che nell’aer tetro
Angelo apparse, e medicò le piaghe.
45E d’eterna bellezza ei le cosparse.
Che fe’ l’empio Tiranno, ove ei le vide?
Ah, che d’acerba spuma empie le labbra:
Ah, che batte le palme, e fra bestemmie,
Quasi belva rabbiosa ulula e stride.
50Con asprissimi nodi ei le rilega
Crudele ambe le gambe, ambe le braccia;
Le braccia oimè, cui non adegua neve
Dell’Appennin sulla più chiusa sponda;
Indi in gran vaso vuol che si rauni
55D’acqua non picciol mare, ed indi impone,
Che sommersa s’affoghi in mezzo all’onda:
Dunque in fondo a quel pelago repente
Ei traboccolla, ma la voglia iniqua
Del rubellante a Dio vien dileggiata.
60La sacra Donna non tuffossi appena
In quel malvagio umor ch’ella risorse:
Ciò come avvenne? e di che parte mosse,
Chi la soccorse? dall’Olimpo scese
Forza, che tutta l’aria empieo di lume,
65E che la terra infino al centro scosse.
Allora in mille pezzi andaro i lacci,
Ed ella franca dimostrò la fronte
Tutta serena, a rimirarsi come
Pura Colomba, che lavò sue piume
70In bello argento di corrente fonte.
Allo splendore, ed al fragore immenso
Abbarbagliata dileguò la turba
Da lui raccolta; ma d’Olibrio l’alma
Schizza per gli occhi fuore atro veneno,
75E più s’infuria, e più diventa infesta:
Alza voce incomposta, al fin comanda,
Che della tanto al Ciel cara Donzella
Caschi recisa l’onorata testa.
La santa Donna alla crudel parola
80Fassi gioconda, e le ginocchia pone
In sulla terra; indi si reca al petto
Ambe le braccia, e riguardando il cielo
Al sempiterno Dio suoi prieghi espone.
Nè molto va, che l’empia spada innalza
85Il rio ministro, e lascia gire il colpo
Sul collo eburno: tra sanguigni rivi
La cara testa da lontano sbalza
Con bei sembianti, avvegnachè non vivi,
Ed il corpo gentil, fatto di gelo,
90Giù traboccò sulla sprezzata polve.
Ma la bella alma di sue pene altiera
Se ne volò trionfatrice in cielo:
Ivi tra vivi lampi a’ cor divoti
Non mai cessa giovar con sua preghiera.
95Però con tutti i sensi a lei conversi
Ardisco supplicar, ch’ella rimiri
Sopra la nobil Donna, a cui consacro
Il poco chiaro suon di questi versi:
Faccia lieti e contenti i suoi desiri
100Perfettamente; e chiuda sempre il varco
Al temuto furor de’ casi avversi,
Finchè nel ciel soggiorni eternamente.

X

PER S. AGNESE

AL SIG. GIO. BATTISTA SERRATO.

     O care, e di Parnaso alme donzelle,
Sacrate Muse, non in van diceste,
Ch’all’antico Orïon torbide nubi
Fallace immago a rimirar si diero
5Sotto sembianza di Giunon celeste;
Io veramente in sul fiorir degli anni,
Età non saggia, in poetar soffersi,
Or me n’avveggio, così fatti inganni:
Allor credei mirar vostre bellezze
10Veracemente, e pure il guardo apersi
Non in voi no, ma simulato aspetto
Ebbi a mirar del vostro viso ardente,
Mercè ben degna delle mie sciocchezze.
Or sciocchezza non è fermarsi in mente
15Esser nel vostro Coro, ed udir note,
Onde possa oltraggiarsi alma onestate?
E volersi vantar d’esser seguace
De’ vostri passi, e camminar per via,
Che non ci sa condur salvo a viltate?
20I saggi antichi v’appellaro, o Dive,
Vergini pure, e se volgesse il core
Lo stuol, che verso Pindo oggi s’invia,
A questo detto, di più nobil corde
Armerebbe la cetra, e i pregi eccelsi
25Ei prenderebbe di cantar diletto.
Io lor tralascio, e le vestigia antiche
Più non calpesto: le bellezze eterne
Or sien mia cura; e te fra l’altre, Agnese,
Con nuovi carmi a celebrar m’appresto.
30Costei del Tebro in sulle belle sponde,
Come cipresso in sul Sïon crescea,
O buon Serrato, e di beltà siccome
Siepe di rose in Gerico splendea:
Ma su per l’alto Olimpo, ove non vola
35Amor di plebe, a ritrovarsi sposo
D’alti pensieri ella spiegò le penne;
Nè frale pompa, ne mortal tesoro
Unqua mirò; nè d’infiammato amante
O preghi, o pianti d’ascoltar sostenne.
40Quinci d’aspro Signor nel crudo petto
Ira svegliossi, ed ei le diede assalto,
Perch’ella al sommo Dio rompesse fede
Ed a gl’Idoli inferni ardesse incensi.
Ma come quercia, che sospinse in alto
45L’aeree cime, e giù dell’alpe in fondo
Lungo tempo mandò salde radici,
Disprezza il minacciar delle tempeste,
Cotale Agnese ebbe i nemici a scherno,
E durò ferma nel pensier celeste.
50Che non tentava allor l’empio Tiranno?
Che non tentava? a giovenil vaghezza
In preda diè le belle membra oneste.
Ma giù dall’alto ciel, milizia eccelsa,
Angelo corse, e fe’ veder palese
55Quanto candido cor per Dio s’apprezza.