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del chiabrera 235

XIV

GLI STRALI D’AMORE

AL SIG. GIO. AGOSTINO SPINOLA.

     Già fa stagion, che gli amorosi strali
Piaga facean, che conduceva a morte
Senza alcun scampo, ed i piagati amanti
In lunga pena di sospiri accesi
5Perdean la pace dell’amato sonno,
E sempre afflitti da pensier nojosi
Volgeano il guardo nubiloso a terra:
Quinci d’Amore era odïato il nome
Siccome orrendo; e l’universo udiva
10Farsi ognora d’intorno alte querele.
Su ciò pensando, e del figliuolo a’ biasmi
Volgendo l’alma empiea di duolo il petto
Venere bella, ed aggiogando al carro
Con bei legami d’ôr l’alme colombe,
15Le va battendo per gli aerei campi,
E da Citera in Cipro ella pervenne:
Ivi nel grembo d’una valle ombrosa
Tra verdi mirti, al mormorar dell’aure,
Trovò la madre il ricercato infante:
20Egli con l’onde d’un argenteo fiume,
Su durissima cote iva affinando
L’armi dell’invincibile faretra;
Ed a lui con sembiante, ove lampeggia
E di pietate, e di disdegno un raggio,
25Aprendo varco tra nettaree rose
A dolcissime voci, ella dicea:
Ancor non sazio delle piaghe altrui
Orribili cotanto, ecco t’affanni
A dar più filo alle saette acute?
30Mio figlio, no: che? ti produsse l’onda
Del mare irato, e le nevose cime,
E l’aspre balze de’ Caucasei monti?
Se non ti cale degli amari pianti,
Che versa il mondo, e s’a te poco incresce,
35Che senta la tua corte alto cordoglio
Per tue quadrella, or non ti frena almeno
Nel gran furor la non usata infamia
Che t’accompagna? e non avvampi udendo
Bestemmiar coteste armi? io certamente
40Raccolgo ognora e di pietate, e d’ira
Immense strida; e non ascolto voce,
Che senza oltraggi al mondo oggi ti nomi.
Ti pregi forse esser mostrato a dito
Siccome peste de’ mortali? e godi,
45Che sotto la tua destra ognun s’affligga?
Sì tra perle e rubini ella favella
Con tal sembiante, ch’ammorzar può l’ira
D’una orba tigre, e disgombrar le nubi
Da i zaffiri dell’aria, e far tranquilla
50Nell’Oceán spumante ogni tempesta.
A lei rivolto, e con dimessa fronte,
Girando i suoi begli occhi, apre un sorriso
Di là dal modo dell’uman costume,
Dolce a vedersi il Dioneo fanciullo,
55E poi la man di rose al molle petto
Lieve accostò, quasi giurar volesse,
Indi il volo disciolse a cotai voci:
Perdere i dardi, e dell’amabile arco
Possa vedermi disarmato il tergo,
60E vada altri signor di mia faretra,
Se dell’immense colpe, onde m’accusi
Non son lontano: ahi sì veloce ai biasmi
Sciogli la lingua, o genitrice, e carchi
Me, tuo figliuol, di sì gran colpe a torto?
65Gli strali miei son di fin oro, in Stige
Io non gli tempro ad inasprir le piaghe;
D’atro aconito io non gli attosco, e quali
A me già fur commessi, io gli saetto:
Se pur t’aggrada, ed a giustizia stimi
70Ben convenirsi, che rimanga ignuda
La destra mia d’ogni possanza al mondo;
Se tu, ch’intenta alle mie glorie l’alma
Aver dovresti, e d’avanzar miei pregi,
Non mai pentirti, ami ch’io giaccia inerme,
75Ed insegna d’onor non mi rimanga,
Ecco gli strali bestemmiati, e l’arco
Abbominato: a tuo voler gli spezza,
Ardi la formidabile faretra,
Ed i titoli miei l’abisso involva.
80Ei così disse; e l’Acidalia Diva
Fra le braccia d’avorio il si raccoglie
Teneramente e lampeggiando un riso
Con bei baci di néttare il vezzeggia,
E gli dicea: vadano in mar sommerse
85Le fallaci bugie de’ tuoi pensieri:
Io non vo’, che tua destra si darmi,
Ma vo’, che l’armi tue, come gioconde
Sieno bramate da’ leggiadri amanti;
Fidami tua faretra, e come in cielo
90S’apran le porte alla seconda aurora,
Vientene a me volando in Amatunta:
Sul fin delle parole in man si reca
Salendo il carro gli amorosi strali,
E sferza le colombe, ed esse aprendo
95L’ali di neve trascorreano i nembi,
E spirando d’intorno aure di croco
Venner della speranza all’alto albergo:
Mirabil monte, a cui mai sempre spiega
Febo in serena fronte i raggi d’oro,
100Ne mai sostien, ch’egli patisca oltraggio
Dal folto orror della Cimmeria notte;
Ma di lucidi fiumi amate rive,
Ma lucide aure, e su dipinte piagge
Di colori, e d’odor varie vaghezze
105Sempre ha d’intorno, e sulle fresche fronde
Iti sospira Filomena, ed Iti
Iti la terra, ed Iti il ciel sospira,
Alternando dolente a quei dolori
Soavemente. Infra delizie tante
110La bella Ninfa de’ mortali amica
Chiusa soggiorna; e dal seren del core
Le sorge un lume di letizia in volto,
Che di caro sorriso empie i rubini
Dell’alma bocca, e dagli sguardi vibra
115Il più soave fra mortali ardore.
In verdissima seta ella è succinta,
Leggiadra gonna, e le fiorisce in testa
Ghirlanda, che disprezza i fieri orgogli
D’ogni aspro verno; e non risorge aurora.
120Ne mai tramonta Sol, ch’ella non stanchi
Con le dita di rose eburnea cetra,
A lei sposando armoniose note;
E pur allor cantò, come tradita
Dal re d’Atene in solitaria piaggia
125Sparse Arïanna alte querele al vento,