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Vien di Latona il figlio famoso, toccando la cetra,
a Pito aspra di rocce, suonando la concava cetra,
d’ambrosio vesti cinto, ch’esalan profumi; e la cetra
leva, dal plettro d’oro percossa, un amabil clangore.
Di qui poi sale, come pensiero veloce, all’Olimpo,
muove di Giove alla reggia, fra il pieno consesso dei Numi;
e braman gl’Immortali la cétera súbito e il canto.
E qui, le Muse tutte, che cantan con voci soavi,
dicono i pregi immortali dei Numi, e le misere pene
degli uomini, ché tante ne inviano ad essi i Celesti,
e vivon senza nulla sapere, di tutto sprovvisti,
né sanno alla vecchiaia rimedio trovar, né alla morte.
E qui, ricciole chiome, le Càriti e l’Ore benigne,
Ebe con Armonia, con la figlia di Giove, Afrodite,
danzano, l’una con l’altra stringendosi al carpo la mano.
Canta con esse insieme, non piccola già, non deforme,
bensì d’alta statura, d’aspetto a vedere stupendo,
Artèmide ch’è vaga di frecce, germana d’Apollo.
E Marte, e il Nume ch’Argo trafisse, che acuto ha lo sguardo,
scherzan con loro. E suona la cétera Apòlline Febo,