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AD APOLLO PIZIO 29


Interpretare le allusioni agli altri amori d’Apollo è invece impresa disperata. E tralascio una discussione che non potrebbe condurre ad alcun risultato sicuro.

Il tèma prescelto — I viaggi di Apollo — occupa la piú gran parte dell’inno (dal verso 35 al 203). E in questo lungo brano la materia è disposta con un certo artifizio da narratore, che giova alla simmetria e alla ricchezza della composizione.

C’è da prima una esposizione — poco piú che una semplice sfilata — di tutti i luoghi dove Apollo transita senza neppur fermarsi.

Movendo dall’Olimpo, in Macedonia, il Dio scende prima alla Pièride, poi al monte Lacmon (congetturale), all’Ematia, agli Enieni, ai Perrebi: tutte località e popoli della Tessaglia.

Di qui, muove alla famosa Iolco, in Magnesia, al promontorio Cenèo, a N. O. dell’Eubea, famoso per un tempio di Giove, e al piano di Lelanto (sempre nell’Eubea, fra Calcide ed Eretria), ricchissimo di alberi e fertilissimo, e celebre per il tempio di Artèmide Amarisia e per le continue guerre fra Calcide ed Eretria.

Poi, traversa l’Euripo, l’angusto stretto fra l’Eubea e la Beozia, e ascende il «verde monte santissimo», che non può essere se non il Messapio, famoso per la favola di Glauco Pontio. E, sempre restando in Beozia, discende a S. E., prima a Micalesso (famosa perché qui aveva primamente muggito la giovenca che guidava nella nuova terra il fenicio Cadmo e i suoi compagni: onde provenne anche il nome di quel luogo; da μυκάομαι, mugghio), poi, volgendo a S. O., a Teumesso; e qui, piú che al borgo, dovremo pensare alla catena di montagne che separava il piano di Tebe dalla vallata dell’Asopo; e poi, piegando di nuovo a S. E., al luogo ancora silvestre e