Pagina:Omero - L'Odissea (Romagnoli) II.djvu/99

96 ODISSEA

«Nobile, Antinoo, sei; ma non bene per ciò lu favelli.
Chi mai vorrebbe altrove recarsi a cercare un eslranio,
qualora al(jun non sia degli uomini esperto ne l’arti,
profeta, o sanatore di morbi, oppur d’ascia maestro,
oppure pio cantore che rechi diletto col canto?
Questi si, son cercati per ogni paese del mondo;
ma chi cercar vorrà, per far danno a sé stesso, un pitocco?
Ma gli è che sempre tu sei fra tutti i Proci il piú duro
contro i servi d’Ulisse, e piú contro me. Ma ben poco
io me ne curo, perché la scaltra Penelope vive
fra queste mura, e seco Telemaco pari ai Celesti».
E a lui queste parole rivolse Telemaco scaltro:
«Uso è d’Antinoo questo, di pungere sempre maligno
con oltraggiose parole; e gli altri a imitarlo sospinge».
Si disse. E queste alate parole ad Antinoo volse:
«Proprio, di me pensiero, Antinoo, ti dài come un padre,
che questo forestiero m’esorti a scacciare di casa
con violente parole. Ma un Dio non Io voglia. Su. prendi,
offrigli qualche cosa: ché io non m’oppongo; ma anzi
invito io te ne faccio. Né avere riguardo a mia madre,
né a verun altro dei servi che son nella casa d’Ulisse.
Ma no, l’intendimento codesto non è del tuo cuore;
ché mangiar solo, senza dar nulla a nessuno, ti piace».
E a lui rispose Antinoo, si volse con queste parole:
«Che dici mai, furioso Telemaco magniloquente?
Se tutti i Proci a quest’uomo porgessero il dono ch’io penso,
lungi da sé questa casa l’avrebbe a tenere tre mesil».
Disse; e mostrò lo sgabello che sotto la tavola stava,
dov’egli banchettando poggiava i suoi nitidi piedi.
Ma tutti gli altri dono gli fecer di pane e di carne,