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CANTO XVII 95

eh» tu presso a ciascuno dei Proci ti faccia, ed accatti:
per chi, dice, ha bisogno, non è vantaggioso il riserbo».
E Ulisse a lui, l’eroe di scaltro pensiero, rispose^
«Giove, deh! sempre felice Telemaco sia tra la gente,
e tutto a lui succeda com’egli vagheggia nel cuora’.
Disse; e raccolse i doni con ambe le mani; ed a terra
a sé dinanzi, sopra l’immonda bisaccia li pose,
e si cibò, sinché il canto di Femio suonò per la stanza.
Finito aveva, quando si tacque il divino cantore;
e del vocio dei Proci fu piena la stanza. Ed Atena,
fattasi presso ad Ulisse figliuol di Laerte, lo spinse
che andasse, ad uno ad uno, fra i Proci, all’accatto dei tozzi,
e conoscesse chi fosse proclive a pietà, chi malvagio:
né pur con ciò disegnava che alcuno schivasse la morte.
E a destra s’avviò, mendicando dinanzi a ciascuno,
tendendo, come un vecchio pitocco, la mano a l’accatto.
Tutti, mossi a pietà, regalavan, guardando stupiti,
e si chiedevan l’un l’altro chi fosse e di dove venisse,
quando Cosí prese a dire Melanzio pastore di capre:
«Udite, o pretendenti dell’inclita nostra regina,
ciò ch’io vi dico di questo straccione: che già l’ ho veduto.
Il guardiano dei porci gli ha fatto da guida alla reggia;
ma quanto a lui, da che terra pretenda di giunger, lo ignoro».
Disse. Ed Antinoo questa rampogna rivolse al porcaro:
«Perché, famigerato porcaro, hai condotto quest’uomo
alla città? Non ci sono di già vagabondi di troppo,
fastidiosi pitocchi, flagelli di mense imbandite?
Ti sdegni perché qui c’è gente che sperpera i beni
del tuo signore, e tu, per giunta, ci chiami quest’altro?».
E a lui, porcaro Eumèo, rispondevi con queste parole: