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CANTO XVII 93

e un can levò, che quivi giaceva, la testa e le orecchie.
Ed Argo esso era, il cane d’Ulisse. Allevato ei l’aveva,
senza goderne: ché prima dovè partire per Ilio.
I Proci per l’innanzi soleano menarlo alla caccia:
i caprioli e i cervi cacciava, e le capre selvagge:’
messo or da banda, e privo del signore, ch’era lontano,
giacca sopra un gran mucchio di limo di muli e di bovi
ch’era ammassato all’uscio dinanzi; ed i servi d’Ulisse
qui lo prendean, per dare l’ingrasso ai suoi vasti poderi.
II cane Argo qui dunque giacea, tutto pieno di zecche.
E appena, ecco, s’accorse d’Ulisse che gli era vicino,
scosse la coda, entrambe lasciò ricadere le orecchie;
ma poi forza non ebbe di farsi dappresso al padrone.
E questi, le pupille distolse, una lagrima terse,
senza ch’Eumèo lo vedesse, ché seppe nascondei si; e chiese:
«Eumèo, gran meraviglia che giaccia nel fimo un tal cane!
Bello d’aspetto è certo: però questo dir non saprei,
s’egli, oltre a questa bellezza, veloce anche fosse nel corso,
cpi>ur se come i cani da mensa egli fosse, che solo
per la bellezza loro li allevano i loro padroni».
Tu allora, Eumèo, fedele porcaro, Cosí rispondevi:
«Pur troppo, il cane è questo d’un uomo che morto è lontano.
Deh!, se tale egli fosse tuttora di forme e di forze
quale qui lo lasciò, partendo per Troia, il signore,
ben la sua forza e il vigore vedendo, stupir tu dovresti.
Ché niuna fiera a lui sfuggire potea negli anfratti
della profonda selva, quand’ei la scovasse: ché troppo
era sagace dell’orme. Ma ora l’opprime sciagura.
Il suo padrone è morto lontano; e le ancelle incresciose
cura non n’ hanno piú: ché i servi, se i loro signori