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92 ODISSEA

ma si fermaron; ché ad essi giungeva a l’orecchio lo squillo
d una sonora lira: ché Femio prendeva a cantare.
E Ulisse allora prese per mano il porcaro, e gli disse:
«Eumèo, di certo è questa la fulgida casa d’Ulisse:
la riconosco bene, ché pur fra molte altre è distinta.
L’un edificio è legato con l’altro: di mura e di merli
lutta la corte è munita, la chiude una solida porla
a due battenti: certo niun uomo potrebbe sforzarla.
E intendo pur che dentro molti uomini sono a banchetto;
ché pingue fumo intorno d’arrosto s’effonde, e la lira
garrisce, che compagna crearono i Numi al banchetto».
Tu allora, Eumèo, fedele porcaro, Cosí rispondevi:
«Bene hai veduto. E già, pur nel resto non manchi di senno.
Ma su, pensiamo come si sbriga ora questa faccenda:
se meglio è che tu prima di me nella fulgida reggia
entri, e ti mesca tra i Proci, mentre io me ne resto qui fuori;
oppur tu resta, ed io, se meglio ti sembra, entro primo.
Non indugiare, però, ché alcuno di fuor non ti scorga,
e con randelli e con sassi non debba colpirti. Sta in guardia».
E Ulisse a lui rispose, l’eroe pertinace divino:
«Lo so, ci penserò: tu parli a chi bene t’intende.
Va’pure innanzi tu, ché io qui di fuori t’attendo.
Ché quanto a busse o colpi di sasso, novizio non sono;
ma tollerante è il mio cuore, da quanti malanni ho sofferto,
in guerra, e sopra il mare: mi tocchi per giunta anche questo:
perché modo non c’è che il ventre affamato si taccia,
il maledetto ventre, che agli uomini fa tanto male,
per cui si attrezzan pure le solide navi sul mare
inseminato, che recano tanti malanni a le genti».
Stavano dunque Cosí tra lor questi due ragionando;